Dell’ateologia

La dottrina dei cosiddetti ateologi è una congerie di errori folli e imperdonabili deviazioni. Armandosi di pazienza, però, si può filtrare dalla melma alcune perle d’intuizione con le quali, se non altro, è buona pratica il confrontarsi.

Da Thomas Altizer, The Gospel of the Christian Atheism:

(…) noi dobbiamo riconoscere che una fede che non sia aperta alla perdita della fede non è una vera forma di fede. Una fede che sia un rifugio dal dubbio e dalla sofferenza non è soltanto una falsa fede, ma il rovesciamento della via chenotica della Parola. Inoltre, il cristiano può partecipare alla sofferenza e al corpo spezzato dell’umanità di oggi soltanto attraverso la libera condivisione degli abissi della sua angoscia e disperazione, non con l’autocosciente realizzazione che la sua partecipazione è vicaria, quanto piuttosto con la certezza che non c’è vero dolore che sia estraneo alla fede.

Il dubbio come ingrediente della fede. Poco tempo fa il pontefice stesso si è espresso in termini analoghi al pensiero del teologo radicale Altizer. Temo però che ciò non basti a fare dei dubbi una fede.

Ancora una volta, in ogni caso, dobbiamo notare che le forme storiche della Cristianità hanno fino ad ora fallito nell’incarnare le piene e radicali conseguenze della Parola cristiana. Non soltanto le idee anticristiane di immortalità hanno strisciato nel corpo della Cristianità, ma la forma autenticamente religiosa del cristianesimo tradizionale ha precluso la possibilità della definitività della morte. La credenza nella resurrezione di Gesù nella forma di un Dio eterno e primordiale deve necessariamente annullare la realtà della sua morte, o riducendola a mera transizione ad uno stato più alto o concependola a posteriori come un’abolizione della sua condizione umana. Diversamente dalle espressioni dottrinali del cristianesimo ortodosso, il pensiero cristiano sulla passione di Cristo ha afferrato la sua morte come un evento definitivo e umano, un avvenimento concreto e decisivo che ha trasformato l’originaria relazione fra l’uomo e Dio. A dispetto del suo proclama di essere una fede storica, la Cristianità ortodossa si aggrappa con tenacia al Creatore primordiale, un Signore eterno e immutabile. E’ quindi chiusa alla presenza della passione di Cristo in Dio stesso. Le forme trinitarie del cristianesimo hanno inevitabilmente dissolto la concreta realtà storica della Crocifissione e dell’Incarnazione, perché con l’identificazione del Cristo con una Parola eterna hanno eliminato la possibilità sia di una morte effettiva sia di un movimento reale. Con ciò, inoltre, si sono ritirati innanzi al carattere concreto e definitivo della morte, perché la morte non può essere reale in presenza di una Parola eterna e primordiale.

Altizer fraintende secoli di pensiero cristiano quando vede nella Resurrezione e nella Trinità una restaurazione del potere del Padre. Certo tale componente esiste e a più riprese gioca il suo anticristico ruolo all’interno della Chiesa: che il potere sul mondo sia ormai del Male è fatto su cui la Scrittura non lascia dubbi, attribuirlo a Dio significa compiere un pericoloso scambio di competenze. Eppure in due millenni di storia il cristianesimo è stato anche altro: il problema di Altizer è che, dopo aver interpretato in modo corretto l’Incarnazione, nega la parte della Scrittura che parla della Resurrezione e del Ritorno. Poi lamenta che anche gli altri non l’abbiano fatto. Non si tratta qui di leggere una Rivelazione macellata tagliando il quarto che più c’aggrada, semmai di comprendere Resurrezione e Ritorno alla luce di un’Incarnazione intesa nel suo significato autentico. Della promessa del Regno resterebbe una crisalide vuota se non fosse per la morte di Dio, ma è vero al contempo il contrario.

L’immaginario cristiano della morte, forse anche nel Nuovo testamento, è sempre teso a regredire verso una forma religiosa pre-cristiana, dissolvendo al realtà della morte nella sua visione di resurrezione, confinando quindi la morte nella contingenza temporale e nella carne caduta.

Più che dissolvere la realtà della morte nella visione della resurrezione, è in quella contingenza e in quella carne caduta che il cristianesimo profetico afferma la realtà della resurrezione. In Altizer la sottovalutazione del significato del Regno, da lui inteso come proiezione nel futuro del passato mitico, è la più grave carenza. Paga lo scotto dell’appartenenza al mondo protestante e americano. L’uomo è caduto, e il Dio è caduto con esso. Non c’è Parola trascendente ed eterna a cui appigliarsi nel tempo dell’Attesa, in questo dannato eone. C’è soltanto la fiducia nella promessa del Ritorno. La possibilità della caduta eterna e della sconfitta non può essere del tutto eliminata dal pensiero cristiano, ma abbandonare la speranza del Regno traducendo la sconfitta di Dio nei termini di un’ottimista rinascita di fede profana è gettare il bambino con l’acqua sporca. Tanto vale attendere il Ragnarök.

Un problema fondamentale posto dalla visione di Cristo nel cristianesimo radicale è l’identità concreta della Parola Incarnata. Qui, come abbiamo visto, la Parola non è confinata a un singolo uomo, Gesù di Nazareth; nemmeno deve essere identificata con il Cristo esaltato rappresentato dalle immagini e dai culti delle Chiese e nemmeno, per quel che conta, la Parola chenotica può essere identificata con l’Agnello dell’Innocenza. No, la Parola totalmente incarnata può essere soltanto il Gesù che è presente in ciò che Blake ha chiamato Experience, il Gesù che è realmente e pienamente incarnato in ogni volto e mano umana. Il cristiano radicale sa che Dio è veramente morto in Gesù e che la sua morte ha liberato l’umanità dall’oppressiva presenza dell’Essere primordiale.

C’è qui una verità che vale per il cristiano profetico, perfino per il suo agire politico, come per il mistico. E’ una delle vie attraverso le quali è possibile giungere alla conclusione che l’Età dello Spirito sia già giunta. Al contempo non si può limitare la Parola al Cristo in ogni uomo: la chenosi che Altizer innalza sopra ogni cosa, con ragione, ha il suo compimento proprio nell’individuo del Nazareno. E il Ritorno del Nazareno, e non di una qualche forma di mistica comunità, è la promessa della Parola. Dagli ebrei la salvezza.

Dell’anticristo

dies irae

Il breve racconto dell’Anticristo di Vladimir Sergeevic Solov’ëv è una summa di saggezza che molto ha da dire ai nostri giorni. Una visione del Giorno che solvet saeclum in favilla.

La Dama. Perché dunque non continuate?

Il Signor Z. Il manoscritto non va più avanti. Il padre Pansofio non ha potuto portare a termine il suo racconto. Già ammalatomi narrava ciò che aveva in mente di scrivere in seguito – «non appena sarò guarito» – diceva. Ma non guarì e la parte finale del suo racconto è sepolta con lui nel monastero di Danilovo.

La Dama. Ma voi ricorderete certamente quello che vi ha narrato: raccontatecelo dunque.

Il Signor Z. Ne ricordo soltanto i tratti principali. Dopo che i capi spirituali e i rappresentanti della cristianità si furono ritirati nel deserto dell’Arabia, dove da ogni parte affluirono a loro folle di fedeli zelatori della verità, il nuovo papa poté senza alcun ostacolo corrompere, attraverso i suoi prodigi e miracoli, tutto il resto dei cristiani superficiali che non si erano ricreduti circa l’Anticristo. Egli dichiarò che,con la potenza delle sue chiavi, aveva aperto le porte fra il mondo terrestre e quello d’oltretomba e in effetti divenne un fenomeno abituale la comunicazione dei vivi coi morti e anche degli uomini coi demoni; inoltre si svilupparono nuove forme inaudite di orgia mistica e di demonolatria. Ma non appena l’imperatore cominciò a credere di essere saldamente sistemato in campo religioso e dopo che sotto la pressante suggestione della misteriosa voce «paterna» ebbe a dichiararsi unica e vera incarnazione della divinità suprema universale, gli capitò una disgrazia nuova da parte di chi nessuno si sarebbe aspettato: si erano ribellati gli Ebrei. Questo popolo, il cui numero aveva raggiunto a quel tempo i trenta milioni di individui, non era del tutto estraneo alla preparazione e all’affermazione dei successi universali del superuomo. Quando si era trasferito a Gerusalemme, aveva fatto segretamente correre la voce nei circoli ebraici che il suo obiettivo principale era di stabilire il dominio di Israele su tutto il mondo; e allora gli Ebrei lo avevano riconosciuto come il Messia e la loro entusiastica dedizione per lui non ebbe limiti. All’improvviso si erano ribellati spirando collera e vendetta. Questo brusco voltafaccia, senza dubbio predetto e dalla Scrittura e dalla tradizione, è presentato da padre Pansofio forse con eccessiva semplicità e soverchio realismo. Il fatto si è che gli Ebrei, i quali ritenevano l’imperatore come un perfetto israelita per razza, avevano scoperto per caso che egli non era nemmeno circonciso. Quello stesso giorno a Gerusalemme e l’indomani in tutta la Palestina scoppiò la rivolta. La dedizione ardente e senza limiti verso il salvatore di Israele e il Messia annunciato si tramutò in un odio altrettanto ardente e senza limiti nei confronti dell’astuto truffatore e dello sfrontato impostore. Tutto l’ebraismo si sollevò come un solo uomo e i suoi nemici scopersero con sorpresa che l’anima di Israele nel suo fondo non vive di calcoli e delle bramosie di Mammona, ma della forza di un sentimento sincero, nella speranza ed il corruccio della sua eterna fede messianica. L’imperatore che non si aspettava una simile esplosione così all’improvviso, perdette la padronanza di se stesso ed emanò un decreto che condannava a morte tutti i ribelli ebrei e cristiani. Molte migliaia e decine di migliaia di uomini che non avevano fatto in tempo ad armarsi, furono spietatamente massacrati. Ma ben presto un esercito di un milione di Ebrei si impadronì di Gerusalemme e costrinse l’Anticristo a rinchiudersi in Haram-es-Scerif.

Questi non aveva a sua disposizione che una parte della guardia e non poteva spuntarla contro la massa dei nemici. Mediante le arti magiche del suo papa, l’imperatore riuscì a filtrare attraverso le linee degli assedianti e ben presto egli ricomparve in Siria, alla testa di uno sterminato esercito di pagani di varie razze. Gli Ebrei, anche se le probabilità di vittoria erano scarse, gli mossero incontro. Ma non appena le avanguardie dei due eserciti ebbero iniziato il combattimento, ecco che si produsse un terremoto di inaudita violenza; sotto il Mar Morto, presso il quale si erano schierate le truppe imperiali, si aperse il cratere di un enorme vulcano e torrenti di fuoco, fusi insieme in un lago di fiamme, inghiottirono lo stesso imperatore, tutte le sue innumerevoli schiere ed il suo inseparabile compagno, il papa Apollonio, cui la magia non recò alcun soccorso. Frattanto gli Ebrei corsero a Gerusalemme, spaventati e tremanti, invocando la salvezza del Dio di Israele. Quando la santa città apparve ai loro occhi, un grande baleno squarciò il cielo da oriente a occidente ed essi videro il Cristo che scendeva loro incontro, in veste regale, con le piaghe dei chiodi sulle mani distese. Intanto dal Sinai si mosse verso Sion la folla dei cristiani guidati da Pietro, Giovanni e Paolo, mentre da altre parti accorrevano altre folle entusiaste: erano tutti gli Ebrei e tutti i cristiani mandati a morte dall’Anticristo. Erano risuscitati e si accingevano a vivere con Cristo per mille anni.

È con questa visione che il padre Pansofio voleva finire il suo racconto che aveva per soggetto non già la catastrofe dell’universo, ma soltanto la conclusione della nostra evoluzione storica: l’apparizione, l’apoteosi e la rovina dell’Anticristo.

Dell’angelo dell’Abisso

Grando et ignis mixta in sanguine, 
Et missum est in terram. 
Mons magnus igne ardens, 
Missus est in mare. 

Cecidit de caelo stella magna ardens 
Tamquam facula.
Et percussa
Et obscurata est 
Tertia pars solis, lunae et stellarum.

Vidi stellam de caelo cecidisse in terram 
Et data est illi clavis putei abyssi.

In diebus illis quaerent homines mortem,
Et non invenient eam. 

Et habebant super se 
Regem Angelum Abyssi 
Cui habet nomen Abaddon, Apollyon, Exterminans.

Vidi equos in visione, 
Qui sedebant super eos habentes loricas
Igneas et sulphureas.

Occisa est tertia pars hominum 
De igne et fumo et sulphure.

Dello spaziotempo

Scrive Sergio Quinzio in Religione e futuro:

Tutto ciò che è nel tempo è negativo perché è nel tempo, quello che è positivo è positivo perché nega il tempo, la dilazione. Così per lo spazio. Interminabili spazi separati, sconosciuti e impercorribili. Il passato perduto il futuro vuoto. Fare il regno è strappare dallo spaziotempo, comprendere, risolvere, mentre lo spaziotempo non è mai risolutivo perché continua sempre. L’antiregno è lo spaziotempo. Lo spaziotempo è il dolore. Il dolore è il regno.

Dell’uomo dell’ordine sacro

Scrive Sergio Quinzio in La croce e il nulla:

L’ordine sacro, qualunque ordine sacro, elude lo scandalo del male, e mediante tale elusione acquista il suo titolo di credito mondano. Il suo compito consiste nel convincere che la realtà del mondo è, per l’appunto, un ordine sacro, dove tutto cioè accade secondo i divini decreti, che dispongono ogni cosa per il meglio. Se il terremoto di Lisbona ha potuto scuotere in Voltaire la fiducia nel migliore dei mondi possibili, se per Dostoevskij niente e nessuno, nemmeno Dio, può giustificare le lacrime di un bambino che soffre, per l’uomo dell’ordine sacro, questo progenitore del borghese con le sue sicurezze, tutto invece è perfettamente logico e perfettamente giustificato per definizione.

Patetico paradosso che la fede cristiana abbia portato a una sintesi perfetta tra il borghese e il suo progenitore.

Dei fratelli ebrei

Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui. (Gv 18,36)

 Ecco svelato, davanti a Pilato, perché gli ebrei non riconobbero il messia atteso nel figlio del falegname. La nuova Sinagoga è nello spirito, non secondo la carne: il suo avvento completo è demandato al futuro. Eppure non è detto che questa fosse l’unica strada che allora si potesse percorrere. In quei giorni stessi era difficile svellere l’intrico dei simboli: l’asino in sella al quale si compie l’ingresso in Gerusalemme è sì animale povero e umile, ma è anche la cavalcatura degli antichi re d’Israele nelle battaglie contro gli eserciti mesopotamici. All’ombra di questa ambiguità Chiesa e Sinagoga, sorelle, percorrono i secoli. Soltanto il ritorno in Gloria potrebbe dare nuova linfa ai rami dell’Ulivo, sigillare l’avvento della pienezza. Dagli ebrei viene la salvezza.

Del tempo

Predica il nostro Magister:

Mulier, venit hora et nunc est, quando veri adoratores adorabunt patrem in spiritu et veritate

Questo sta scritto nel Vangelo di san Giovanni. Dal lungo discorso prendo solo una paroletta. Nostro Signore disse: «Donna, verrà il tempo, ed è proprio ora, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, e tali adoratori il Padre cerca».

Notate la prima paroletta che dice: «Il tempo verrà, ed è proprio ora». Chi vuole adorare il Padre, deve trasportarsi nell’eternità col suo desiderio e con la sua fiducia. C’è una parte più alta dell’anima, che sta elevata al di sopra del tempo, e che non sa niente del tempo e del corpo. Tutto quel che è avvenuto da mille anni – il giorno che fu mille anni or sono – è nell’eternità non più lontano del momento in cui sono ora; ed anche il giorno che verrà tra mille anni, o tanto lontano quanto tu puoi contare, non è più lontano, nell’eternità, di questo momento in cui sono ora.

Così dovevano vivere le prime comunità cristiane, narrate dagli Atti degli apostoli. Strappando gocce d’eternità nel tempo. L’eterno celato è porta d’uscita e assieme colonna portante del tempo, muta spiegazione dell’inesauribile, ciclico arrancare dell’anima trascinantesi dietro un cadavere che chiamiamo uomo.

Eppure ciò non basta. Lo sa bene Paolo nel tacere esplicitamente, nelle sue prediche, quanto avvenne nello squarcio abbagliante che gli accecò gli occhi. Non è un caso se la comunità che doveva essere perfetta è subito divisa da nuove, ripetute, violazioni di una legge abolita. Non ne fanno pur parte, non hanno ricevuto anche loro lo Spirito, Anania e Saffira (At 5, 1-11)?

Il proseguire dello scandalo a dispetto dell’esaudimento. Ecco perché il tempo non soltanto è proprio ora, tasto su cui preme il Magister, ma anche verrà. Non si esaurisce nel solo microcosmo dell’uomo nell’Evo l’escatologia. Soltanto un anticipo spezzato dalla Croce ci è stato rivelato.

La Rivelazione intera, in spirito e verità, può essere accarezzata dal vertice della nostra anima. Impresa eroica e tanto più pericolosa in un millennio in cui è difficile distinguere quali Principati e quali Potestà regnano sui cieli del mondo. Verità sarà per intero soltanto nel Giorno in cui, secondo vie la cui comprensione ancora è preclusa, tempo ed eterno saranno aboliti e, assieme, Uno.

Matris Dolorosae

I.

La sagoma del vecchio si staglia nera davanti al sole. Ti porge il fagotto di stracci, tuo figlio: lo stringi al petto. Squittisce di gioia a sentire il calore del tuo corpo attraverso la veste. Il vecchio alza la mano in segno di benedizione contro il cielo azzurro latte di Palestina. Una leggera foschia vela le colline all’orizzonte, la brezza lieve accarezza chi riposa all’ombra del Tempio. Stai per voltarti e tornare a casa, felice di aver ricevuto per tuo figlio l’approvazione del saggio, quando la mano benedicente scende a stringerti il polso. «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima». Guardi al fagotto, e gli occhi neri del tuo bambino riguardano a te. Non sai, non puoi immaginare, ma il tuo cuore di ragazza trema al pensiero di ciò che l’aspetta.

II.

Hai paura che il mulo si spezzi la schiena mentre arranca sulle pietre sconnesse del sentiero. Yoseph, davanti a voi, tende le redini senza voltarsi indietro. Tu invece non resisti: guardi al villaggio alle vostre spalle, dove le torce dei soldati del re illuminano i vicoli e le finestre delle case. Le urla disperate delle madri squarciano l’aria fino a voi, a dispetto della distanza. Il bambino piange tra le tue braccia.

III.

Non ricordi bene il momento in cui hai preso coscienza del fatto che il ragazzino non era da qualche parte nella carovana polverosa che da Yerushalaim tornava a Nazaret. Tu e tuo marito avete fermato tutti, gli occhi colmi di pianto, implorando, sperando che qualcuno dicesse «Sì, l’ho visto giocare con i figli di quella famiglia» oppure «E’ salito su quel carro per riposare». Vi hanno guardato con un misto di pietà e riprovazione: nessuno aveva visto vostro figlio.

Avete percorso a ritroso la via che porta alla grande città fermandovi da ogni pastore, con il cuore colmo d’angoscia. Ancora dinieghi. Nel varcare la grande porta di Yerushalaim hai sentito che nel mezzo di quella folla non l’avresti mai trovato, che il tuo tesoro più prezioso era perso per sempre.

Dopo tre giorni trascorsi tra vicoli fangosi e spaccati dal sole, sfiancati, salite la gradinata del Tempio per chiedere pietà all’Eterno.

Lui è lì, seduto a terra, impegnato in una conversazione con un gruppo di anziani dalle barbe canute. I vecchi, pieni di stupore, vi fissano mentre vi avvicinate. Fai un cenno di saluto, in segno di rispetto, poi afferri il braccio di tuo figlio e lo tiri in piedi, mentre Yoseph resta in disparte. «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Egli risponde: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Scuoti la testa, ti scusi con gli anziani. Un immenso sollievo ti pervade mentre uscite dal Tempio, le braccia tue e quelle di tuo marito aggrappate fino a imbiancarvi le nocche sulle spalle esili di vostro figlio.

IV.

Una donna non dovrebbe vedere il sangue del suo sangue straziato nella sabbia. Maledici questo sole dannato che per tutta la vita ti ha osservato senza portare mai nulla di nuovo: tuo figlio, maciullato dalla frusta, trascina a fatica sul fianco del monte quella croce di legno che lo schiaccia al suolo. Le spine gli rigano il volto con lacrime rosse. Quando la folla di donne si apre e te lo trovi davanti, ti si mozza il fiato. Le gambe tremano, soffochi, eppure non cadi. Per un istante quello sguardo scuro, cupo, che conosci bene si fissa nei tuoi occhi. Forse vuole dirti qualcosa: qualsiasi cosa sia, non capisci. Nella testa senti soltanto quel fischio assordante che non se ne vuole andare, la testa rintrona. Lui si volge alle donne che gemono e si battono il petto. Dice: «Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli. Perché ecco, verranno i giorni in cui si dirà: “Beate le sterili e beati i grembi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno allattato!”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadeteci addosso”; e alle colline: “Copriteci”! Perché, se tali cose si fanno al legno verde, che cosa sarà fatto al legno secco?».

V.

Il discepolo di tuo figlio, tua sorella e la giovane di Magdala hanno cercato di fermarti. Ma è come se un altro muovesse le tue gambe: non ascolti nemmeno le loro parole, ti liberi dalle loro strette. Ascesi alla cima del Golgota, anche loro si azzittiscono. Vi avvicinate lentamente tra i lamenti dei due ladri appesi al suo fianco. Lui tace, la barba intrisa di sangue posata sul petto. I legionari coperti di sudore vi guardano annoiati mentre vi avvicinate alla croce. Dall’alto, lui si volta verso di voi. Ti guarda: «Donna, ecco tuo figlio», dice indicando il discepolo al tuo fianco. «Ecco tua madre», dice a lui. L’amico di tuo figlio ti sorregge mentre le gambe cedono e ti senti cadere al suolo.

VI.

L’hanno lavato e avvolto in un lenzuolo bianco. Lo stringi a te, come facesti quel giorno nel Tempio davanti al vecchio, tentando di impedire al calore di fuggire dalle sue membra. Accarezzi quelle mani fredde, trafitte dai chiodi, e nella tua mente è solo l’immagine delle dita del neonato strette attorno al tuo indice. Gli pulisci la barba, baci il suo volto e ancora lo stringi a te. Che lo lascino a te, non importa quel che succederà, anche così che te lo lascino. Che nessuno te lo porti via.

VII.

La pietra pesante viene fatta rotolare davanti all’ingresso del sepolcro. Si blocca con un tonfo sordo e uno scricchiolio. Cadi a terra. Dalle labbra esce un gemito, prima simile a un sussurro, poi un urlo che sembra non finire mai. Mai. Resti senza fiato, tremante, la schiena inarcata dal dolore. La tua bocca muta e spalancata rivolta alle stelle gelide, fisse nel cielo vuoto.

materdolorosa

Madre d’uomo, sei Madre di Dio.

Del Cardinale

cardinali

Il Cardinale non è alto di statura. La sagoma e il passo sono sciolti, atletici, nonostante l’età. La schiena e il collo sono ritti ma non rigidi. L’impressione è quella del militare.

Il volto è inespressivo, con piccoli occhi scuri, immobili. I sorrisi di cortesia lasciano trasparire un’interna inflessibilità mostrando una linea di denti affilati. Le parole escono precise, senza tentennamenti, precedute da una breve pausa. Nessun tono curiale.

E’ stato scritto che con il tempo il cattolicesimo marcisce, mentre il protestantesimo mummifica. Ma l’Una e Santa, alle quote più alte della sua potenza, congela.

Della speranza

Scrive Erik Peterson in Il mistero degli ebrei e dei gentili nella Chiesa:

Gli ebrei sono zelanti nella giustizia di Dio. Lo zelo per la giustizia di cui gli ebrei miscredenti fanno mostra è una prova particolarmente chiara del loro zelo per la giustizia di Dio. Ma questo zelo della giustizia divina manca l’annichilimento di Sé stessi. L’ebreo che ha lo zelo di Dio, lavorerà sempre – per innato bisogno – alla edificazione della propria giustizia. Pretende di prodigarsi per Dio, ma alla resa dei conti egli non si è prodigato che per sé stesso; il calore del suo zelo non è servito che a scaldare lui stesso. Nemmeno in questo ha mai superato l’ordine naturale. Ecco perché lo zelo degli ebrei per la giustizia non appare mai all’infuori dell’ordine naturale del tempo naturale; ecco perché questo zelo spinge gli ebrei verso la politica, il socialismo, il pacifismo o il giornalismo. In questo ancora l’ebreo si rivela per l’uomo carnale la cui intelligenza non va sino in fondo. Urta contro il sasso piantato in Sion che provoca la sua caduta. Prodiga il suo zelo per la giustizia di Dio.

Ma non capisce che la giustizia di Dio è la condizione prima di ogni zelo della giustizia. Trascura il fondamento ed eccolo soccombere sotto il peso di tutte le sue concezioni. Non capisce che nel suo zelo per la giustizia di Dio non ha mai oltrepassato, foss’anche per un solo istante, l’ordine naturale; che anzi è arrivato al punto di legare la giustizia di Dio al suo zelo puramente naturale per tale giustizia. Non si è mai veramente conformato al presupposto della sua fede, cioè all’idea di una giustizia di Dio; non si è mai sottomesso alla giustizia di Dio, non si è mai subordinato alla giustizia di Dio.

Peterson è una delle menti cattoliche più felici del secolo oscuro appena giunto al termine. Il suo pensiero ha ispirato felicemente, tra i tanti, anche il santo padre Benedetto XVI. In questo libro, che segna alcuni punti non eludibili nel rapporto fra cristianità ed ebraismo, il passaggio che ho appena trascritto abbisogna di una riflessione ulteriore.

Peterson scrive altrove che la trascendenza del cristiano è nell’escatologia, e che ciò la differenzia dalla trascendenza del pagano. Si tratta di una sentenza condivisibile a tutto tondo grazie all’abissale profondità della sua sintesi. Ciononostante il cristiano non può aggirare con il trascendente l’urgenza dell’irrompere sulla terra dei Tempi. Quale risposta dare dopo duemila anni d’attesa, mentre il mondo trema e guaisce nelle doglie del parto?

Forse i nostri fratelli ebrei, nel portare il soprannaturale nel naturale, non hanno poi allontanato di molto il ramo dall’ulivo. Scrive Martin Buber in Il cammino dell’uomo:

Nella loro intima verità i due mondi sono uno solo: si sono semplicemente separati, per così dire. Ma devono ridiventare l’unità che sono nella loro verità intima, e l’uomo è stato creato proprio perché riunisca i due mondi. Egli opera a favore di questa unità mediante una vita santa con il mondo in cui è stato posto, nel luogo in cui si trova.

Una volta si parlava in presenza di Rabbi Pinchas di Korez della misera vita dei bisognosi; questi ascoltava, affranto dal dolore. Poi sollevò la testa ed esclamò: “Basta che portiamo Dio nel mondo, e tutto sarà appagato!”.

Come? E’ possibile attirare Dio nel mondo? Non è un modo di vedere arrogante e pretenzioso? Come potrebbe osare il vermiciattolo immischiarsi in ciò che si basa esclusivamente sulla grazia di Dio: quanto di sé Dio concede alla sua creazione? Ancora una volta l’insegnamento ebraico si oppone qui agli insegnamenti delle altre religioni e, di nuovo, è nel chassidismo che si esprime con la massima intesità. Noi crediamo che la grazia di Dio consiste proprio in questo suo volersi lasciar conquistare dall’uomo, in questo suo consegnarsi, per così dire, a lui. Dio vuole entrare nel mondo che è suo, ma vuole farlo attraverso l’uomo: ecco il mistero della nostra esistenza, l’opportunità sovrumana del genere umano!

Un giorno in cui riceveva degli ospiti eruditi, Rabbi Mendel di Kozk li stupì chiedendo loro a bruciapelo: “Dove abita Dio?”. Quelli risero di lui: “Ma che vi prende? Il mondo non è forse pieno della sua gloria?”. Ma il Rabbi diede lui stesso la risposta alla domanda: “Dio abita dove lo si lascia entrare”.

Ecco ciò che conta in ultima analisi: lasciar entrare Dio. Ma lo si può lasciar entrare solo là dove ci si trova, e dove ci si trova realmente, dove si vive, e dove si vive una vita autentica. Se instauriamo un rapporto santo con il piccolo mondo che ci è affidato, se, nell’ambito della creazione con la quale viviamo, noi aiutiamo la santa essenza spirituale a giungere a compimento, allora prepariamo a Dio una dimora nel nostro luogo, allora lasciamo entrare Dio.

Se pure non bisogna confondere naturale e soprannaturale, oggi la fedeltà alla promessa ci impone di operare in tutto il possibile perché il soprannaturale venga a invadere di luce la landa di tenebra: tutto il cristiano può permettersi di perdere, non la Speranza.

Eppure a noi non è concesso affrontare un simile compito con la letizia del rabbino. Dopo due eoni di sangue, fuoco e lamenti e nella siderale desolazione dell’oggi, cosa si pretende ancora da noi? E’ con mani spezzate e schegge d’unghia che scaviamo nel suolo imbevuto di rosso del nostro cuore un nido, affinché il Signore venga a prendervi dimora. A portarvi la consolazione.