Matris Dolorosae

I.

La sagoma del vecchio si staglia nera davanti al sole. Ti porge il fagotto di stracci, tuo figlio: lo stringi al petto. Squittisce di gioia a sentire il calore del tuo corpo attraverso la veste. Il vecchio alza la mano in segno di benedizione contro il cielo azzurro latte di Palestina. Una leggera foschia vela le colline all’orizzonte, la brezza lieve accarezza chi riposa all’ombra del Tempio. Stai per voltarti e tornare a casa, felice di aver ricevuto per tuo figlio l’approvazione del saggio, quando la mano benedicente scende a stringerti il polso. «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima». Guardi al fagotto, e gli occhi neri del tuo bambino riguardano a te. Non sai, non puoi immaginare, ma il tuo cuore di ragazza trema al pensiero di ciò che l’aspetta.

II.

Hai paura che il mulo si spezzi la schiena mentre arranca sulle pietre sconnesse del sentiero. Yoseph, davanti a voi, tende le redini senza voltarsi indietro. Tu invece non resisti: guardi al villaggio alle vostre spalle, dove le torce dei soldati del re illuminano i vicoli e le finestre delle case. Le urla disperate delle madri squarciano l’aria fino a voi, a dispetto della distanza. Il bambino piange tra le tue braccia.

III.

Non ricordi bene il momento in cui hai preso coscienza del fatto che il ragazzino non era da qualche parte nella carovana polverosa che da Yerushalaim tornava a Nazaret. Tu e tuo marito avete fermato tutti, gli occhi colmi di pianto, implorando, sperando che qualcuno dicesse «Sì, l’ho visto giocare con i figli di quella famiglia» oppure «E’ salito su quel carro per riposare». Vi hanno guardato con un misto di pietà e riprovazione: nessuno aveva visto vostro figlio.

Avete percorso a ritroso la via che porta alla grande città fermandovi da ogni pastore, con il cuore colmo d’angoscia. Ancora dinieghi. Nel varcare la grande porta di Yerushalaim hai sentito che nel mezzo di quella folla non l’avresti mai trovato, che il tuo tesoro più prezioso era perso per sempre.

Dopo tre giorni trascorsi tra vicoli fangosi e spaccati dal sole, sfiancati, salite la gradinata del Tempio per chiedere pietà all’Eterno.

Lui è lì, seduto a terra, impegnato in una conversazione con un gruppo di anziani dalle barbe canute. I vecchi, pieni di stupore, vi fissano mentre vi avvicinate. Fai un cenno di saluto, in segno di rispetto, poi afferri il braccio di tuo figlio e lo tiri in piedi, mentre Yoseph resta in disparte. «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Egli risponde: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Scuoti la testa, ti scusi con gli anziani. Un immenso sollievo ti pervade mentre uscite dal Tempio, le braccia tue e quelle di tuo marito aggrappate fino a imbiancarvi le nocche sulle spalle esili di vostro figlio.

IV.

Una donna non dovrebbe vedere il sangue del suo sangue straziato nella sabbia. Maledici questo sole dannato che per tutta la vita ti ha osservato senza portare mai nulla di nuovo: tuo figlio, maciullato dalla frusta, trascina a fatica sul fianco del monte quella croce di legno che lo schiaccia al suolo. Le spine gli rigano il volto con lacrime rosse. Quando la folla di donne si apre e te lo trovi davanti, ti si mozza il fiato. Le gambe tremano, soffochi, eppure non cadi. Per un istante quello sguardo scuro, cupo, che conosci bene si fissa nei tuoi occhi. Forse vuole dirti qualcosa: qualsiasi cosa sia, non capisci. Nella testa senti soltanto quel fischio assordante che non se ne vuole andare, la testa rintrona. Lui si volge alle donne che gemono e si battono il petto. Dice: «Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli. Perché ecco, verranno i giorni in cui si dirà: “Beate le sterili e beati i grembi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno allattato!”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadeteci addosso”; e alle colline: “Copriteci”! Perché, se tali cose si fanno al legno verde, che cosa sarà fatto al legno secco?».

V.

Il discepolo di tuo figlio, tua sorella e la giovane di Magdala hanno cercato di fermarti. Ma è come se un altro muovesse le tue gambe: non ascolti nemmeno le loro parole, ti liberi dalle loro strette. Ascesi alla cima del Golgota, anche loro si azzittiscono. Vi avvicinate lentamente tra i lamenti dei due ladri appesi al suo fianco. Lui tace, la barba intrisa di sangue posata sul petto. I legionari coperti di sudore vi guardano annoiati mentre vi avvicinate alla croce. Dall’alto, lui si volta verso di voi. Ti guarda: «Donna, ecco tuo figlio», dice indicando il discepolo al tuo fianco. «Ecco tua madre», dice a lui. L’amico di tuo figlio ti sorregge mentre le gambe cedono e ti senti cadere al suolo.

VI.

L’hanno lavato e avvolto in un lenzuolo bianco. Lo stringi a te, come facesti quel giorno nel Tempio davanti al vecchio, tentando di impedire al calore di fuggire dalle sue membra. Accarezzi quelle mani fredde, trafitte dai chiodi, e nella tua mente è solo l’immagine delle dita del neonato strette attorno al tuo indice. Gli pulisci la barba, baci il suo volto e ancora lo stringi a te. Che lo lascino a te, non importa quel che succederà, anche così che te lo lascino. Che nessuno te lo porti via.

VII.

La pietra pesante viene fatta rotolare davanti all’ingresso del sepolcro. Si blocca con un tonfo sordo e uno scricchiolio. Cadi a terra. Dalle labbra esce un gemito, prima simile a un sussurro, poi un urlo che sembra non finire mai. Mai. Resti senza fiato, tremante, la schiena inarcata dal dolore. La tua bocca muta e spalancata rivolta alle stelle gelide, fisse nel cielo vuoto.

materdolorosa

Madre d’uomo, sei Madre di Dio.

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8 pensieri su “Matris Dolorosae

  1. Dolore struggente, nella sua nudità. Ho sempre pensato, e prima di me più nobili testimoni, che il mistero cristiano si addensi sulla pala di Isenheim e non tra le pennellate edificanti di miriadi d’inebetiti fedeli. Buona serata caro Monaco Obbediente.

    • Mi offendono profondamente i ritratti del Cristo biondo, con dolci occhi azzurri e il capo dolcemente reclinato di lato. Ben peggio del voler mettere il dito nella piaga è imbellettarla con il cosmetico.

      Nel Grünewald, sì, c’è il senso dell’inchiodamento di Dio al legno. Lo gnostico Ceronetti, al netto di quel che si può pensare della sua filosofia, ha scritto belle pagine al riguardo. Buona giornata a lei, Arthur.

      • È del Græculus posmoderno codesta romantica passione per lo splatter nordico, che gli fa preferire Gibson a Zeffirelli. Il solo uomo mediterraneo ormai stinto, non ancora estinto, educato alla rigida classicità che il seno della Chiesa nutrica, sa concepir la tragedia della compostezza, della continenza e dell’economia del gesto. Conosce il dramma eroico dell’olimpia serenità in cui si configge la sofferenza d’un Dio. Riconosceva già nel capitello, nelle proporzioni del tempio, nella statua esangue e inturbata, il travaglio della temperanza; in Ismene la vera eroina. Mi offende di piú la mano dell’artigiano che si pensa degno di rappresentar cencioso e immoderato Iddio.

        • Il gusto cinematografico qui c’entra poco, tantomeno l’immondizia prodotta dall’individuo da Lei citato.

          La Chiesa è stata anche Atene e Roma, ma ciò è previsto e compreso nelle profezie sui tempi ultimi. Ed è tragico compromesso nell’infinita attesa del Regno.

          La Chiesa è in primis nuova Sinagoga, Sinagoga spirituale. Il suo Dio è il Dio di Giobbe fatto uomo, è figlio di artigiano. Luce schiantata nella carne e nella carne risorta.

          Se si bramano olimpie qualità e si vuole idolatrare la perfezione dei templi, si guardi all’Olimpo e non alla Croce.

          La mia Fede non è un vitello d’oro.

          • “E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani”

          • La sensualità classica è la condizione pronoetica dell’incarnazione della Luce. Il suo respiro ha vivificato l’irrappresentabile, dando figura d’uomo persino al trono vacante di Gandhāra. L’icastica luminosa degl’idoli greci ha preparato l’epoca al concepimento del Messia deivirile.

            Non Atene, non Roma. Non piú né ancora Gerusalemme. La Chiesa è Alessandria. Alessandria fu in Giovanni, Alessandria in Paolo, Alessandria nei Padri. La duplice navis Alexandrina degli Atti è profezia potentissima.

            Et dilexerunt homines magis tenebras quam lucem.

            • Gli Atti narrano il pietoso mascheramento di una sconfitta. Iniziano con il traboccare dello Spirito e si concludono nel gioire della prigionia di Paolo.

              Non lo nego, in quella prima comunità cristiana subito lacerata dalle fratture e dal peccato, che in brevi anni rinuncia all’attesa imminente del Regno, c’è la verità divina dei due millenni successivi, il venire a patto con il mondo: vera e potente profezia, la difficile rotta della Chiesa nel mare dell’Evo. Eppure è con una morte procrastinata tra gli artigli di Nerone che si conclude.

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