Dell’ateologia

La dottrina dei cosiddetti ateologi è una congerie di errori folli e imperdonabili deviazioni. Armandosi di pazienza, però, si può filtrare dalla melma alcune perle d’intuizione con le quali, se non altro, è buona pratica il confrontarsi.

Da Thomas Altizer, The Gospel of the Christian Atheism:

(…) noi dobbiamo riconoscere che una fede che non sia aperta alla perdita della fede non è una vera forma di fede. Una fede che sia un rifugio dal dubbio e dalla sofferenza non è soltanto una falsa fede, ma il rovesciamento della via chenotica della Parola. Inoltre, il cristiano può partecipare alla sofferenza e al corpo spezzato dell’umanità di oggi soltanto attraverso la libera condivisione degli abissi della sua angoscia e disperazione, non con l’autocosciente realizzazione che la sua partecipazione è vicaria, quanto piuttosto con la certezza che non c’è vero dolore che sia estraneo alla fede.

Il dubbio come ingrediente della fede. Poco tempo fa il pontefice stesso si è espresso in termini analoghi al pensiero del teologo radicale Altizer. Temo però che ciò non basti a fare dei dubbi una fede.

Ancora una volta, in ogni caso, dobbiamo notare che le forme storiche della Cristianità hanno fino ad ora fallito nell’incarnare le piene e radicali conseguenze della Parola cristiana. Non soltanto le idee anticristiane di immortalità hanno strisciato nel corpo della Cristianità, ma la forma autenticamente religiosa del cristianesimo tradizionale ha precluso la possibilità della definitività della morte. La credenza nella resurrezione di Gesù nella forma di un Dio eterno e primordiale deve necessariamente annullare la realtà della sua morte, o riducendola a mera transizione ad uno stato più alto o concependola a posteriori come un’abolizione della sua condizione umana. Diversamente dalle espressioni dottrinali del cristianesimo ortodosso, il pensiero cristiano sulla passione di Cristo ha afferrato la sua morte come un evento definitivo e umano, un avvenimento concreto e decisivo che ha trasformato l’originaria relazione fra l’uomo e Dio. A dispetto del suo proclama di essere una fede storica, la Cristianità ortodossa si aggrappa con tenacia al Creatore primordiale, un Signore eterno e immutabile. E’ quindi chiusa alla presenza della passione di Cristo in Dio stesso. Le forme trinitarie del cristianesimo hanno inevitabilmente dissolto la concreta realtà storica della Crocifissione e dell’Incarnazione, perché con l’identificazione del Cristo con una Parola eterna hanno eliminato la possibilità sia di una morte effettiva sia di un movimento reale. Con ciò, inoltre, si sono ritirati innanzi al carattere concreto e definitivo della morte, perché la morte non può essere reale in presenza di una Parola eterna e primordiale.

Altizer fraintende secoli di pensiero cristiano quando vede nella Resurrezione e nella Trinità una restaurazione del potere del Padre. Certo tale componente esiste e a più riprese gioca il suo anticristico ruolo all’interno della Chiesa: che il potere sul mondo sia ormai del Male è fatto su cui la Scrittura non lascia dubbi, attribuirlo a Dio significa compiere un pericoloso scambio di competenze. Eppure in due millenni di storia il cristianesimo è stato anche altro: il problema di Altizer è che, dopo aver interpretato in modo corretto l’Incarnazione, nega la parte della Scrittura che parla della Resurrezione e del Ritorno. Poi lamenta che anche gli altri non l’abbiano fatto. Non si tratta qui di leggere una Rivelazione macellata tagliando il quarto che più c’aggrada, semmai di comprendere Resurrezione e Ritorno alla luce di un’Incarnazione intesa nel suo significato autentico. Della promessa del Regno resterebbe una crisalide vuota se non fosse per la morte di Dio, ma è vero al contempo il contrario.

L’immaginario cristiano della morte, forse anche nel Nuovo testamento, è sempre teso a regredire verso una forma religiosa pre-cristiana, dissolvendo al realtà della morte nella sua visione di resurrezione, confinando quindi la morte nella contingenza temporale e nella carne caduta.

Più che dissolvere la realtà della morte nella visione della resurrezione, è in quella contingenza e in quella carne caduta che il cristianesimo profetico afferma la realtà della resurrezione. In Altizer la sottovalutazione del significato del Regno, da lui inteso come proiezione nel futuro del passato mitico, è la più grave carenza. Paga lo scotto dell’appartenenza al mondo protestante e americano. L’uomo è caduto, e il Dio è caduto con esso. Non c’è Parola trascendente ed eterna a cui appigliarsi nel tempo dell’Attesa, in questo dannato eone. C’è soltanto la fiducia nella promessa del Ritorno. La possibilità della caduta eterna e della sconfitta non può essere del tutto eliminata dal pensiero cristiano, ma abbandonare la speranza del Regno traducendo la sconfitta di Dio nei termini di un’ottimista rinascita di fede profana è gettare il bambino con l’acqua sporca. Tanto vale attendere il Ragnarök.

Un problema fondamentale posto dalla visione di Cristo nel cristianesimo radicale è l’identità concreta della Parola Incarnata. Qui, come abbiamo visto, la Parola non è confinata a un singolo uomo, Gesù di Nazareth; nemmeno deve essere identificata con il Cristo esaltato rappresentato dalle immagini e dai culti delle Chiese e nemmeno, per quel che conta, la Parola chenotica può essere identificata con l’Agnello dell’Innocenza. No, la Parola totalmente incarnata può essere soltanto il Gesù che è presente in ciò che Blake ha chiamato Experience, il Gesù che è realmente e pienamente incarnato in ogni volto e mano umana. Il cristiano radicale sa che Dio è veramente morto in Gesù e che la sua morte ha liberato l’umanità dall’oppressiva presenza dell’Essere primordiale.

C’è qui una verità che vale per il cristiano profetico, perfino per il suo agire politico, come per il mistico. E’ una delle vie attraverso le quali è possibile giungere alla conclusione che l’Età dello Spirito sia già giunta. Al contempo non si può limitare la Parola al Cristo in ogni uomo: la chenosi che Altizer innalza sopra ogni cosa, con ragione, ha il suo compimento proprio nell’individuo del Nazareno. E il Ritorno del Nazareno, e non di una qualche forma di mistica comunità, è la promessa della Parola. Dagli ebrei la salvezza.

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2 pensieri su “Dell’ateologia

  1. Non avevo letto nulla di Altizer. Il frammento in cui pensa l’incompatibilità del “Dio eterno e primordiale” e di Cristo sulla croce fa venire subito alla mente un autore (immeritatamente) poco conosciuto del romanticismo tedesco: Philipp Batz Mainländer. La sua Philosophie der Erlösung (Filosofia della Redenzione) costituisce un poderoso sistema in cui egli parte proprio immaginando un Dio eterno e primordiale che decide che non essere sia meglio dell’essere. L’unico atto primordiale di Dio fu quindi quello di annichilirsi, ma data la propria natura Egli non poté farlo immediatamente. Gli fu necessario raggiungere questo scopo creando il tempo e il mondo. Tempo e mondo sarebbero infatti niente altro che la frantumazione della potenza divina primordiale in infinite forze e volontà, le quali, collidendo e ostacolandosi le une con le altre (danno di ciò spettacolo nella vita e nella lotta per la vita del mondo), annullano sé stesse in direzione della destinazione finale del tutto: il Niente.
    Dunque, Per Mainländer, il Dio eterno e primordiale muore dando vita al mondo, che è l’esalazione dell’ultimo respiro di Dio, o persino il decomporsi del Suo cadavere. Quindi ora, nel tempo, Dio non è più, Dio è morto in senso letterale. Dio non esiste (più) e l’unica santità e spiritualità possibile è aderire alla primitiva volontà divina, diventare niente. Non un “diventare niente” della teologia negativa con il quale accedere al vero Essere trascendente, bensì un andare nell’assoluto nulla (che è la vera e unica Redenzione).
    Coerentemente, Philipp Bats, non appena dato alle stampe il proprio sistema, si impiccò.

    Ora, tornando ad Altizer, persino la sua biografia ha un inquietante titolo: Living the death of God, che è letteralmente la descrizione del mondo di Mainländer. La teologia ateistica della morte di Dio non può avere che un esito, e un esito privo di qualsiasi originalità: il nichilismo. Come ricordava San Paolo, ognuno ha il suo Dio, e il ventre pare ancora un dio innocente se confrontato al puro nulla. Perché laddove non c’è Dio viene necessariamente a mancare l’Uno, il Vero e il Bene.

    • La sua conclusione è proprio quel che intendevo dire scrivendo che senza la speranza del Regno tanto vale attendere il Ragnarök. Interessante il paragone con Mainländer: a differenza di quest’ultimo, Altizer guarda al processo di disfacimento con ottimismo. E’ un’aggravante, a parer mio, derivatagli dall’ambito culturale da cui proviene. C’è qualche stralcio di luce in quanto scrive sulla chenosi, quanto al resto non è che la conclusione logica e coerente di duemila anni di teologia sfiancata, tentativi dolorosi di inchiodare Gerusalemme ad Atene. Io sto con Pascal.

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