Dell’anticristo

dies irae

Il breve racconto dell’Anticristo di Vladimir Sergeevic Solov’ëv è una summa di saggezza che molto ha da dire ai nostri giorni. Una visione del Giorno che solvet saeclum in favilla.

La Dama. Perché dunque non continuate?

Il Signor Z. Il manoscritto non va più avanti. Il padre Pansofio non ha potuto portare a termine il suo racconto. Già ammalatomi narrava ciò che aveva in mente di scrivere in seguito – «non appena sarò guarito» – diceva. Ma non guarì e la parte finale del suo racconto è sepolta con lui nel monastero di Danilovo.

La Dama. Ma voi ricorderete certamente quello che vi ha narrato: raccontatecelo dunque.

Il Signor Z. Ne ricordo soltanto i tratti principali. Dopo che i capi spirituali e i rappresentanti della cristianità si furono ritirati nel deserto dell’Arabia, dove da ogni parte affluirono a loro folle di fedeli zelatori della verità, il nuovo papa poté senza alcun ostacolo corrompere, attraverso i suoi prodigi e miracoli, tutto il resto dei cristiani superficiali che non si erano ricreduti circa l’Anticristo. Egli dichiarò che,con la potenza delle sue chiavi, aveva aperto le porte fra il mondo terrestre e quello d’oltretomba e in effetti divenne un fenomeno abituale la comunicazione dei vivi coi morti e anche degli uomini coi demoni; inoltre si svilupparono nuove forme inaudite di orgia mistica e di demonolatria. Ma non appena l’imperatore cominciò a credere di essere saldamente sistemato in campo religioso e dopo che sotto la pressante suggestione della misteriosa voce «paterna» ebbe a dichiararsi unica e vera incarnazione della divinità suprema universale, gli capitò una disgrazia nuova da parte di chi nessuno si sarebbe aspettato: si erano ribellati gli Ebrei. Questo popolo, il cui numero aveva raggiunto a quel tempo i trenta milioni di individui, non era del tutto estraneo alla preparazione e all’affermazione dei successi universali del superuomo. Quando si era trasferito a Gerusalemme, aveva fatto segretamente correre la voce nei circoli ebraici che il suo obiettivo principale era di stabilire il dominio di Israele su tutto il mondo; e allora gli Ebrei lo avevano riconosciuto come il Messia e la loro entusiastica dedizione per lui non ebbe limiti. All’improvviso si erano ribellati spirando collera e vendetta. Questo brusco voltafaccia, senza dubbio predetto e dalla Scrittura e dalla tradizione, è presentato da padre Pansofio forse con eccessiva semplicità e soverchio realismo. Il fatto si è che gli Ebrei, i quali ritenevano l’imperatore come un perfetto israelita per razza, avevano scoperto per caso che egli non era nemmeno circonciso. Quello stesso giorno a Gerusalemme e l’indomani in tutta la Palestina scoppiò la rivolta. La dedizione ardente e senza limiti verso il salvatore di Israele e il Messia annunciato si tramutò in un odio altrettanto ardente e senza limiti nei confronti dell’astuto truffatore e dello sfrontato impostore. Tutto l’ebraismo si sollevò come un solo uomo e i suoi nemici scopersero con sorpresa che l’anima di Israele nel suo fondo non vive di calcoli e delle bramosie di Mammona, ma della forza di un sentimento sincero, nella speranza ed il corruccio della sua eterna fede messianica. L’imperatore che non si aspettava una simile esplosione così all’improvviso, perdette la padronanza di se stesso ed emanò un decreto che condannava a morte tutti i ribelli ebrei e cristiani. Molte migliaia e decine di migliaia di uomini che non avevano fatto in tempo ad armarsi, furono spietatamente massacrati. Ma ben presto un esercito di un milione di Ebrei si impadronì di Gerusalemme e costrinse l’Anticristo a rinchiudersi in Haram-es-Scerif.

Questi non aveva a sua disposizione che una parte della guardia e non poteva spuntarla contro la massa dei nemici. Mediante le arti magiche del suo papa, l’imperatore riuscì a filtrare attraverso le linee degli assedianti e ben presto egli ricomparve in Siria, alla testa di uno sterminato esercito di pagani di varie razze. Gli Ebrei, anche se le probabilità di vittoria erano scarse, gli mossero incontro. Ma non appena le avanguardie dei due eserciti ebbero iniziato il combattimento, ecco che si produsse un terremoto di inaudita violenza; sotto il Mar Morto, presso il quale si erano schierate le truppe imperiali, si aperse il cratere di un enorme vulcano e torrenti di fuoco, fusi insieme in un lago di fiamme, inghiottirono lo stesso imperatore, tutte le sue innumerevoli schiere ed il suo inseparabile compagno, il papa Apollonio, cui la magia non recò alcun soccorso. Frattanto gli Ebrei corsero a Gerusalemme, spaventati e tremanti, invocando la salvezza del Dio di Israele. Quando la santa città apparve ai loro occhi, un grande baleno squarciò il cielo da oriente a occidente ed essi videro il Cristo che scendeva loro incontro, in veste regale, con le piaghe dei chiodi sulle mani distese. Intanto dal Sinai si mosse verso Sion la folla dei cristiani guidati da Pietro, Giovanni e Paolo, mentre da altre parti accorrevano altre folle entusiaste: erano tutti gli Ebrei e tutti i cristiani mandati a morte dall’Anticristo. Erano risuscitati e si accingevano a vivere con Cristo per mille anni.

È con questa visione che il padre Pansofio voleva finire il suo racconto che aveva per soggetto non già la catastrofe dell’universo, ma soltanto la conclusione della nostra evoluzione storica: l’apparizione, l’apoteosi e la rovina dell’Anticristo.

Dell’uomo dell’ordine sacro

Scrive Sergio Quinzio in La croce e il nulla:

L’ordine sacro, qualunque ordine sacro, elude lo scandalo del male, e mediante tale elusione acquista il suo titolo di credito mondano. Il suo compito consiste nel convincere che la realtà del mondo è, per l’appunto, un ordine sacro, dove tutto cioè accade secondo i divini decreti, che dispongono ogni cosa per il meglio. Se il terremoto di Lisbona ha potuto scuotere in Voltaire la fiducia nel migliore dei mondi possibili, se per Dostoevskij niente e nessuno, nemmeno Dio, può giustificare le lacrime di un bambino che soffre, per l’uomo dell’ordine sacro, questo progenitore del borghese con le sue sicurezze, tutto invece è perfettamente logico e perfettamente giustificato per definizione.

Patetico paradosso che la fede cristiana abbia portato a una sintesi perfetta tra il borghese e il suo progenitore.

Del tempo

Predica il nostro Magister:

Mulier, venit hora et nunc est, quando veri adoratores adorabunt patrem in spiritu et veritate

Questo sta scritto nel Vangelo di san Giovanni. Dal lungo discorso prendo solo una paroletta. Nostro Signore disse: «Donna, verrà il tempo, ed è proprio ora, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, e tali adoratori il Padre cerca».

Notate la prima paroletta che dice: «Il tempo verrà, ed è proprio ora». Chi vuole adorare il Padre, deve trasportarsi nell’eternità col suo desiderio e con la sua fiducia. C’è una parte più alta dell’anima, che sta elevata al di sopra del tempo, e che non sa niente del tempo e del corpo. Tutto quel che è avvenuto da mille anni – il giorno che fu mille anni or sono – è nell’eternità non più lontano del momento in cui sono ora; ed anche il giorno che verrà tra mille anni, o tanto lontano quanto tu puoi contare, non è più lontano, nell’eternità, di questo momento in cui sono ora.

Così dovevano vivere le prime comunità cristiane, narrate dagli Atti degli apostoli. Strappando gocce d’eternità nel tempo. L’eterno celato è porta d’uscita e assieme colonna portante del tempo, muta spiegazione dell’inesauribile, ciclico arrancare dell’anima trascinantesi dietro un cadavere che chiamiamo uomo.

Eppure ciò non basta. Lo sa bene Paolo nel tacere esplicitamente, nelle sue prediche, quanto avvenne nello squarcio abbagliante che gli accecò gli occhi. Non è un caso se la comunità che doveva essere perfetta è subito divisa da nuove, ripetute, violazioni di una legge abolita. Non ne fanno pur parte, non hanno ricevuto anche loro lo Spirito, Anania e Saffira (At 5, 1-11)?

Il proseguire dello scandalo a dispetto dell’esaudimento. Ecco perché il tempo non soltanto è proprio ora, tasto su cui preme il Magister, ma anche verrà. Non si esaurisce nel solo microcosmo dell’uomo nell’Evo l’escatologia. Soltanto un anticipo spezzato dalla Croce ci è stato rivelato.

La Rivelazione intera, in spirito e verità, può essere accarezzata dal vertice della nostra anima. Impresa eroica e tanto più pericolosa in un millennio in cui è difficile distinguere quali Principati e quali Potestà regnano sui cieli del mondo. Verità sarà per intero soltanto nel Giorno in cui, secondo vie la cui comprensione ancora è preclusa, tempo ed eterno saranno aboliti e, assieme, Uno.

Del Cardinale

cardinali

Il Cardinale non è alto di statura. La sagoma e il passo sono sciolti, atletici, nonostante l’età. La schiena e il collo sono ritti ma non rigidi. L’impressione è quella del militare.

Il volto è inespressivo, con piccoli occhi scuri, immobili. I sorrisi di cortesia lasciano trasparire un’interna inflessibilità mostrando una linea di denti affilati. Le parole escono precise, senza tentennamenti, precedute da una breve pausa. Nessun tono curiale.

E’ stato scritto che con il tempo il cattolicesimo marcisce, mentre il protestantesimo mummifica. Ma l’Una e Santa, alle quote più alte della sua potenza, congela.

Della speranza

Scrive Erik Peterson in Il mistero degli ebrei e dei gentili nella Chiesa:

Gli ebrei sono zelanti nella giustizia di Dio. Lo zelo per la giustizia di cui gli ebrei miscredenti fanno mostra è una prova particolarmente chiara del loro zelo per la giustizia di Dio. Ma questo zelo della giustizia divina manca l’annichilimento di Sé stessi. L’ebreo che ha lo zelo di Dio, lavorerà sempre – per innato bisogno – alla edificazione della propria giustizia. Pretende di prodigarsi per Dio, ma alla resa dei conti egli non si è prodigato che per sé stesso; il calore del suo zelo non è servito che a scaldare lui stesso. Nemmeno in questo ha mai superato l’ordine naturale. Ecco perché lo zelo degli ebrei per la giustizia non appare mai all’infuori dell’ordine naturale del tempo naturale; ecco perché questo zelo spinge gli ebrei verso la politica, il socialismo, il pacifismo o il giornalismo. In questo ancora l’ebreo si rivela per l’uomo carnale la cui intelligenza non va sino in fondo. Urta contro il sasso piantato in Sion che provoca la sua caduta. Prodiga il suo zelo per la giustizia di Dio.

Ma non capisce che la giustizia di Dio è la condizione prima di ogni zelo della giustizia. Trascura il fondamento ed eccolo soccombere sotto il peso di tutte le sue concezioni. Non capisce che nel suo zelo per la giustizia di Dio non ha mai oltrepassato, foss’anche per un solo istante, l’ordine naturale; che anzi è arrivato al punto di legare la giustizia di Dio al suo zelo puramente naturale per tale giustizia. Non si è mai veramente conformato al presupposto della sua fede, cioè all’idea di una giustizia di Dio; non si è mai sottomesso alla giustizia di Dio, non si è mai subordinato alla giustizia di Dio.

Peterson è una delle menti cattoliche più felici del secolo oscuro appena giunto al termine. Il suo pensiero ha ispirato felicemente, tra i tanti, anche il santo padre Benedetto XVI. In questo libro, che segna alcuni punti non eludibili nel rapporto fra cristianità ed ebraismo, il passaggio che ho appena trascritto abbisogna di una riflessione ulteriore.

Peterson scrive altrove che la trascendenza del cristiano è nell’escatologia, e che ciò la differenzia dalla trascendenza del pagano. Si tratta di una sentenza condivisibile a tutto tondo grazie all’abissale profondità della sua sintesi. Ciononostante il cristiano non può aggirare con il trascendente l’urgenza dell’irrompere sulla terra dei Tempi. Quale risposta dare dopo duemila anni d’attesa, mentre il mondo trema e guaisce nelle doglie del parto?

Forse i nostri fratelli ebrei, nel portare il soprannaturale nel naturale, non hanno poi allontanato di molto il ramo dall’ulivo. Scrive Martin Buber in Il cammino dell’uomo:

Nella loro intima verità i due mondi sono uno solo: si sono semplicemente separati, per così dire. Ma devono ridiventare l’unità che sono nella loro verità intima, e l’uomo è stato creato proprio perché riunisca i due mondi. Egli opera a favore di questa unità mediante una vita santa con il mondo in cui è stato posto, nel luogo in cui si trova.

Una volta si parlava in presenza di Rabbi Pinchas di Korez della misera vita dei bisognosi; questi ascoltava, affranto dal dolore. Poi sollevò la testa ed esclamò: “Basta che portiamo Dio nel mondo, e tutto sarà appagato!”.

Come? E’ possibile attirare Dio nel mondo? Non è un modo di vedere arrogante e pretenzioso? Come potrebbe osare il vermiciattolo immischiarsi in ciò che si basa esclusivamente sulla grazia di Dio: quanto di sé Dio concede alla sua creazione? Ancora una volta l’insegnamento ebraico si oppone qui agli insegnamenti delle altre religioni e, di nuovo, è nel chassidismo che si esprime con la massima intesità. Noi crediamo che la grazia di Dio consiste proprio in questo suo volersi lasciar conquistare dall’uomo, in questo suo consegnarsi, per così dire, a lui. Dio vuole entrare nel mondo che è suo, ma vuole farlo attraverso l’uomo: ecco il mistero della nostra esistenza, l’opportunità sovrumana del genere umano!

Un giorno in cui riceveva degli ospiti eruditi, Rabbi Mendel di Kozk li stupì chiedendo loro a bruciapelo: “Dove abita Dio?”. Quelli risero di lui: “Ma che vi prende? Il mondo non è forse pieno della sua gloria?”. Ma il Rabbi diede lui stesso la risposta alla domanda: “Dio abita dove lo si lascia entrare”.

Ecco ciò che conta in ultima analisi: lasciar entrare Dio. Ma lo si può lasciar entrare solo là dove ci si trova, e dove ci si trova realmente, dove si vive, e dove si vive una vita autentica. Se instauriamo un rapporto santo con il piccolo mondo che ci è affidato, se, nell’ambito della creazione con la quale viviamo, noi aiutiamo la santa essenza spirituale a giungere a compimento, allora prepariamo a Dio una dimora nel nostro luogo, allora lasciamo entrare Dio.

Se pure non bisogna confondere naturale e soprannaturale, oggi la fedeltà alla promessa ci impone di operare in tutto il possibile perché il soprannaturale venga a invadere di luce la landa di tenebra: tutto il cristiano può permettersi di perdere, non la Speranza.

Eppure a noi non è concesso affrontare un simile compito con la letizia del rabbino. Dopo due eoni di sangue, fuoco e lamenti e nella siderale desolazione dell’oggi, cosa si pretende ancora da noi? E’ con mani spezzate e schegge d’unghia che scaviamo nel suolo imbevuto di rosso del nostro cuore un nido, affinché il Signore venga a prendervi dimora. A portarvi la consolazione.

Delle tenebre

Da anni Europa giaceva prostrata dalle carestie. Le vecchie democrazie rappresentative, portavoce sempre più stanche di un liberalismo spodestato dalla finanza, erano state detronizzate in via definitiva da una nuova razza di politici: rozzi, brutali, gioviali in modo gelido. Nella loro istintiva sintonia con il popolo, stimolavano di questo soltanto le pulsioni più feroci e morbose. In ogni paese d’Europa individui di tale genere, da soli o in branco, si sporgevano dai balconi, comparivano sui megaschermi affacciati agli incroci delle strade e nelle finestre video dei portali sociali della rete. Era una genìa, la loro, che aveva trovato nella connessione elettronica tra le persone una cornucopia di consenso. Il termine “virale” svelava infine il suo significato più autentico nel traghettare immagini di divise brune o grigio scuro, fasce da braccio con simboli arcani, tripudi di vessilli nazionali. «Godete!», dicevano. «Unità!», dicevano. «Libertà», dicevano. E la gente credeva loro.

Alle frontiere della fortezza Europa le grandi muraglie di filo spinato dell’epoca precedente avevano smesso di respingere col piombo le maree dei disperati: il dolore non era certo scomparso nei paesi del meridione del mondo, ma era stato incanalato verso nuove terre di ricchi, dove ancora una volta fungeva da motore per la schiavitù. L’onnipotente partito centrale del Celeste impero, diretto da un circolo interno di spettri senza volto, impartiva comandi ai dittatori d’Europa e a quel che restava del potere americano, rinchiuso su sé stesso, schiantato dalle colpe di decenni di arbitrio. La dinamica autocrazia moscovita operava con gioia come longa manus di Pechino dal Baltico a Lisbona. Le antiche terre dell’Islam erano spaccate dall’infinita guerra civile dell’Umma, lo scontro fratricida fra la Sunna e la Shia. Lo stato d’Israele, ogni attimo sull’orlo della distruzione, sopravviveva dei rimasugli della sua forza passata e dei grandi giochi dei nuovi padroni del mondo.

L’ultimo a opporsi a tale mondo crudele era stato il pontefice della Chiesa di Roma. Dal Vaticano per anni erano risuonati gli appelli dell’uomo della fine del mondo. Il gesto del samaritano, che tende la mano al suo nemico sconosciuto, era la colonna portante del suo messaggio universale. La venuta del Regno era il suo orizzonte.

Chi rispondeva al suo appello, in principio, fu deriso dagli scherani del potere del mondo. Poi perseguitato, frustato e crocifisso in variopinti spettacoli televisivi. Le chiese nazionali, e a volte parti della Chiesa stessa, si univano alla festa di sangue dei nuovi martiri.

Poi il papa morì d’un male mai spiegato. In un giorno di tenebre e tuoni, i cardinali si riunirono in conclave mentre la pioggia infuriava sulla facciata di San Pietro. Nei cuori di molti di loro, in segreto, si voleva un pastore che ponesse fine alla guerra con il mondo. Un pastore che dicesse «Unità», che ricordasse la salvezza dell’anima più che la venuta del Regno, che dicesse a tutti gli indomati che ogni potere viene da Dio.

Coloro che coltivavano simili pensieri erano la maggioranza: fecero la loro scelta, ma per la prima volta lo Spirito Santo non vi ebbe un ruolo. Le folle videro innalzarsi la fumata bianca con il fiato sospeso. Si affacciò al balcone di San Pietro un uomo dal volto sorridente, vestito di bianco. Dietro a quel volto vorticava un abisso privo di parole.

E il sole diventò nero come un sacco di crine.

Fine

Della tradizione

Nessuno vi tragga in errore in alcuna maniera; poiché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e non sia stato manifestato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che si innalza sopra tutto quello che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando se stesso e dicendo ch’egli è Dio.

(2Ts 2, 3-4)

La venuta del Messia abolisce la Legge proclamando l’imminenza del Regno: segna l’ingresso dell’umanità nei tempi ultimi. Dopo la morte e la Resurrezione del Cristo, però, il tempo prosegue. La Chiesa, custode dell’annuncio, è costretta a constatare e spiegare il permanere del peccato, il persistere del male.

Essa non può assumere appieno il peso del senso profetico della Parola: se proclamasse l’inaccettabilità del male e del dolore, e quindi la loro abolizione, si arrogherebbe il diritto soltanto divino di dichiarare la venuta del Regno. L’anticristo siederebbe sullo scranno di Pietro.

Per evitare ciò, con la chiave dell’allegoria, le filosofie vengono introdotte nel Vangelo: spiegano e rendono tollerabile il perdurare del mondo. In questo modo, pur travisato e irriconoscibile, anche un solo brandello della Parola è messo al sicuro, in condizione di attraversare i secoli. Nasce la tradizione.

Tradizione è ciò che segue. Tradizione è l’argine che trattiene lo scatenarsi dell’Apocalisse, impedendo il pieno dilagare del male. Tradizione è tradimento della profezia, perché di essa è il trascinamento nell’Evo. Tradizione è conciliazione tra fede e mondo alla luce di un cielo immutabile, distrazione pietosa dello sguardo dell’uomo dal dolore della storia. Tradizione è ciò che v’è di ciclico in un tempo lineare. Tradizione è il lato luminoso della corruzione.

Tradizione è anche la nuova Legge fondata sulla predicazione di chi abolì la Legge mosaica. Condannata a operare nella storia pur auspicando la Fine, la Chiesa è costretta a giustificare il suo potere, e con esso ogni potere: la tregua di Paolo diventa regola. Nella convivenza con il signore di questo mondo, la Chiesa filtra il moscerino e ingoia il cammello. Dopo aver condannato il farisaismo, il cristianesimo diventa esso stesso fariseo.

Ma la Chiesa verrebbe meno al suo compito di katéchon se non custodisse anche il senso della profezia. Se poggiasse sulla sola tradizione, dimenticando la promessa della Resurrezione dei morti, Roma diverrebbe soltanto giustificazione del mondo e del dolore. Ancora una volta, il figlio della perdizione siederebbe sullo scranno di Pietro. Conscio di questo pericolo, il pontefice Benedetto XVI ha compiuto il suo gesto grandioso nell’anno Domini 2013: ha denunciato al mondo il pericolo del prevalere delle forze anticristiche nella Chiesa. In questa luce assume il suo senso l’operato del successore, che tanto perplesse trova le schiere dei farisei adorni di croci dorate.

Tradizione e profezia. Inchiodata alle due braccia di questa croce la fede sopravvive ai millenni. Fino allo squillo di tromba.

Della concisione

croce

Il vociare virtuale della tecnica è scimmia diabolica dello Spirito. Siamo pionieri nelle Tenebre.

Se la luce del Dio trascendente è inchiodata alla croce, non c’è gnosi ad alleviare il ritardo millenario del Regno. Solo Apocalisse.

Quando il riso viene meno restano le lacrime e i santi.

Solo dalla venuta del Regno sulla terra viene la salvezza. Altrimenti tutto è perduto. Sempre è vano il dolore.

Le parole del Cristo sui farisei valgono oggi per la Chiesa. Fu scritto duemila anni fa. I tempi sono vicini.

Il Vangelo è pieno di grandi e terribili rivelazioni. La fede in sé è più un danno che un vantaggio nella vita quotidiana.

Una corona di spine è una corona di spine.

Gli dei pagani abbatterono i titani. Il Dio inchiodato scacciò gli dei con la sua morte. Ora i titani tornano. Solo il Regno ci può salvare.

Santo Padre, la Chiesa farà mai i conti con il ritardo millenario del Ritorno senza rifugiarsi nella teologia figlia di Atene?

Fino al suo Ritorno sarà Giovanni, l’apostolo mistico, il più vicino al Suo Cuore. In ciò si nasconde un grande segreto.

Che sia invisibile non significa che sia scomparso. Il mondo è il suo regno. L’Antiregno.

Sono questi oscuri tempi di dissoluzione della parola. Lo sforzo stesso del dire pare vano. L’ombra arriva a oscurare il Verbo.

In duemila anni abbiamo assunto un volto farisaico. Così come i nostri fratelli d’Israele sono stati imago Christi. Ora tocca ad altri.

Il diavolo si nasconde nelle forme più inattese. In questo arcano si cela il Mysterium iniquitatis.

La guerra è regola di questo mondo. Il suo rombo è quello degli zoccoli dei quattro Cavalieri.

Tragica la gioia del Ritorno. Tragico e dolce l’incontro del Signore con chi in duemila anni non ha mai smesso d’attenderlo.

Che la Luce si faccia Carne è uno scandalo nel quale trovare l’ultima speranza in un mondo di Tenebra.

Bisogna che i fedeli si persuadano che l’opera alla quale essi si votano è opera grave, spaventosa e sublime.

Nel distacco dell’Oriente la presunzione di nientificare il Male del mondo finisce per farsene strumento, ignorando il Dolore del Creato.

Il Male non si può ridurre a privatio boni: è forza attiva e cosciente, il signore del Mondo. Venga il Regno.

Se il silenzio di Dio significa la Sua sconfitta tutto è perduto. Da qui il senso della disperata speranza nel Regno.

La Croce è l’inevitabile, terribile, eppure non voluta conclusione della chenosi divina. Sostenere altrimenti è blasfemia.

La mancata venuta del Regno ha costretto la Santa Chiesa a convertirsi al mondo. Eppure, in qualche modo, continua a testimoniare il Cristo.

Le parole del Signore sui farisei inchiodano oggi la nostra Chiesa ai suoi peccati. Ciò era scritto nel mormorio cupo dell’Apocalisse.

Ogni rivoluzione è blasfemo tentativo di fare il Regno con mano d’uomo. Al tempo stesso ogni potere mondano è anticristico.

L’asessuamento che accompagna la tecnica è indice della riduzione dell’uomo a fondo indifferenziato. Non adeguatevi a questo secolo.

Secondo Dostoevskij niente e nessuno, nemmeno Dio, può giustificare le lacrime di un bambino che soffre.

Sotto il sole di Lucifero. A tratti il dominio del Maligno su questo mondo riluce di un fulgore crudele.

Può davvero bastare la risposta di Dio a Giobbe? Possiamo soltanto tremare innanzi alla mano che forgiò il Leviatano?

Millenni di croci. Millenni di spade. Millenni di sante cause. Millenni di rivoluzioni. Millenni di potere. Venga il Regno, siamo stanchi.

Talora il trascorrere di una festività mondana apre lo spazio a momenti di prezioso silenzio. La Bestia sonnecchia, allenta la presa.

Contraddizione politica. Straziati fra l’intollerabile dominio del Male sul mondo e l’impossibilità di combatterlo con le sole forze d’Uomo.

La Luce rinuncia all’eterna onnipotenza per farsi carne nella Tenebra e per essere Luce ancora. Il mistero della chenosi. Venga il Regno.

Di noi lodano la cultura del compromesso. Ma la Croce non è fede per tiepidi e mercanti.

Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello! (Mt 23,24) Assurdo non accorgersi oggi che quei farisei siamo noi.

La vacua indeterminatezza del mondo è Croce che schianta la schiena e spacca il cuore, tormento dalla culla al sepolcro.

Piuttosto che cercare il ritorno a una Luce primordiale e trascendente vale l’attesa della Luce che verrà su questa terra.

L’inesauribile dipanarsi dei secoli è a una svolta. Il Tempo di Dio si avvicina.

Che la mia Fede tragica e disperata sia vana, desueta eco in questo mare di voci, è cosa che avevo messo in conto. Eppure sono qui.

Dell’attesa

Da troppo tempo ormai attendo svolte che, dopo essere arrivate con puntualità, mi portano in luoghi insignificanti. Non sarà una consolazione, ma è un dato d’interesse, l’impressione di non essere il solo: è come se il clima generale si riflettesse con singolare coerenza nei destini dei singoli. Tanto che ci si ritrova ad augurarsi, per l’uno e per gli altri, il compimento dell’eschaton.

In principio era il Verbo

Al calare del sole l’animo è scosso da un sovrapporsi di pulsioni incontrollate, mormorii sfuggiti dalle labbra: difficile a quietarsi. Dal letto allungo la mano verso la bibbia sul comodino. La apro a caso, sul Salmo 94.

20-23

Il trono della nequizia t’avrà egli per complice?
esso, che ordisce oppressioni in nome della legge?
Essi si gettano assieme contro l’anima del giusto,
e condannano il sangue innocente.
Ma l’Eterno è il mio alto ricetto,
e il mio Dio è la ròcca in cui mi rifugio.
Egli farà ricader sovr’essi la loro propria iniquità,
e li distruggerà mediante la loro propria malizia;
l’Eterno, il nostro Dio, li distruggerà.

La lettura silenziosa placa le voci, liberando la mente dall’attorcigliarsi di pensieri come un colpo di vento sul banco di nebbia. Una voce antica di migliaia di anni esce dal deserto per offrire conforto. Perfino che il singolo individuo si ascriva al novero degli atei, è questione irrilevante per la scheggia dell’inspiegabile che attraversa i secoli.