Dell’anticristo

dies irae

Il breve racconto dell’Anticristo di Vladimir Sergeevic Solov’ëv è una summa di saggezza che molto ha da dire ai nostri giorni. Una visione del Giorno che solvet saeclum in favilla.

La Dama. Perché dunque non continuate?

Il Signor Z. Il manoscritto non va più avanti. Il padre Pansofio non ha potuto portare a termine il suo racconto. Già ammalatomi narrava ciò che aveva in mente di scrivere in seguito – «non appena sarò guarito» – diceva. Ma non guarì e la parte finale del suo racconto è sepolta con lui nel monastero di Danilovo.

La Dama. Ma voi ricorderete certamente quello che vi ha narrato: raccontatecelo dunque.

Il Signor Z. Ne ricordo soltanto i tratti principali. Dopo che i capi spirituali e i rappresentanti della cristianità si furono ritirati nel deserto dell’Arabia, dove da ogni parte affluirono a loro folle di fedeli zelatori della verità, il nuovo papa poté senza alcun ostacolo corrompere, attraverso i suoi prodigi e miracoli, tutto il resto dei cristiani superficiali che non si erano ricreduti circa l’Anticristo. Egli dichiarò che,con la potenza delle sue chiavi, aveva aperto le porte fra il mondo terrestre e quello d’oltretomba e in effetti divenne un fenomeno abituale la comunicazione dei vivi coi morti e anche degli uomini coi demoni; inoltre si svilupparono nuove forme inaudite di orgia mistica e di demonolatria. Ma non appena l’imperatore cominciò a credere di essere saldamente sistemato in campo religioso e dopo che sotto la pressante suggestione della misteriosa voce «paterna» ebbe a dichiararsi unica e vera incarnazione della divinità suprema universale, gli capitò una disgrazia nuova da parte di chi nessuno si sarebbe aspettato: si erano ribellati gli Ebrei. Questo popolo, il cui numero aveva raggiunto a quel tempo i trenta milioni di individui, non era del tutto estraneo alla preparazione e all’affermazione dei successi universali del superuomo. Quando si era trasferito a Gerusalemme, aveva fatto segretamente correre la voce nei circoli ebraici che il suo obiettivo principale era di stabilire il dominio di Israele su tutto il mondo; e allora gli Ebrei lo avevano riconosciuto come il Messia e la loro entusiastica dedizione per lui non ebbe limiti. All’improvviso si erano ribellati spirando collera e vendetta. Questo brusco voltafaccia, senza dubbio predetto e dalla Scrittura e dalla tradizione, è presentato da padre Pansofio forse con eccessiva semplicità e soverchio realismo. Il fatto si è che gli Ebrei, i quali ritenevano l’imperatore come un perfetto israelita per razza, avevano scoperto per caso che egli non era nemmeno circonciso. Quello stesso giorno a Gerusalemme e l’indomani in tutta la Palestina scoppiò la rivolta. La dedizione ardente e senza limiti verso il salvatore di Israele e il Messia annunciato si tramutò in un odio altrettanto ardente e senza limiti nei confronti dell’astuto truffatore e dello sfrontato impostore. Tutto l’ebraismo si sollevò come un solo uomo e i suoi nemici scopersero con sorpresa che l’anima di Israele nel suo fondo non vive di calcoli e delle bramosie di Mammona, ma della forza di un sentimento sincero, nella speranza ed il corruccio della sua eterna fede messianica. L’imperatore che non si aspettava una simile esplosione così all’improvviso, perdette la padronanza di se stesso ed emanò un decreto che condannava a morte tutti i ribelli ebrei e cristiani. Molte migliaia e decine di migliaia di uomini che non avevano fatto in tempo ad armarsi, furono spietatamente massacrati. Ma ben presto un esercito di un milione di Ebrei si impadronì di Gerusalemme e costrinse l’Anticristo a rinchiudersi in Haram-es-Scerif.

Questi non aveva a sua disposizione che una parte della guardia e non poteva spuntarla contro la massa dei nemici. Mediante le arti magiche del suo papa, l’imperatore riuscì a filtrare attraverso le linee degli assedianti e ben presto egli ricomparve in Siria, alla testa di uno sterminato esercito di pagani di varie razze. Gli Ebrei, anche se le probabilità di vittoria erano scarse, gli mossero incontro. Ma non appena le avanguardie dei due eserciti ebbero iniziato il combattimento, ecco che si produsse un terremoto di inaudita violenza; sotto il Mar Morto, presso il quale si erano schierate le truppe imperiali, si aperse il cratere di un enorme vulcano e torrenti di fuoco, fusi insieme in un lago di fiamme, inghiottirono lo stesso imperatore, tutte le sue innumerevoli schiere ed il suo inseparabile compagno, il papa Apollonio, cui la magia non recò alcun soccorso. Frattanto gli Ebrei corsero a Gerusalemme, spaventati e tremanti, invocando la salvezza del Dio di Israele. Quando la santa città apparve ai loro occhi, un grande baleno squarciò il cielo da oriente a occidente ed essi videro il Cristo che scendeva loro incontro, in veste regale, con le piaghe dei chiodi sulle mani distese. Intanto dal Sinai si mosse verso Sion la folla dei cristiani guidati da Pietro, Giovanni e Paolo, mentre da altre parti accorrevano altre folle entusiaste: erano tutti gli Ebrei e tutti i cristiani mandati a morte dall’Anticristo. Erano risuscitati e si accingevano a vivere con Cristo per mille anni.

È con questa visione che il padre Pansofio voleva finire il suo racconto che aveva per soggetto non già la catastrofe dell’universo, ma soltanto la conclusione della nostra evoluzione storica: l’apparizione, l’apoteosi e la rovina dell’Anticristo.

Dei fratelli ebrei

Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui. (Gv 18,36)

 Ecco svelato, davanti a Pilato, perché gli ebrei non riconobbero il messia atteso nel figlio del falegname. La nuova Sinagoga è nello spirito, non secondo la carne: il suo avvento completo è demandato al futuro. Eppure non è detto che questa fosse l’unica strada che allora si potesse percorrere. In quei giorni stessi era difficile svellere l’intrico dei simboli: l’asino in sella al quale si compie l’ingresso in Gerusalemme è sì animale povero e umile, ma è anche la cavalcatura degli antichi re d’Israele nelle battaglie contro gli eserciti mesopotamici. All’ombra di questa ambiguità Chiesa e Sinagoga, sorelle, percorrono i secoli. Soltanto il ritorno in Gloria potrebbe dare nuova linfa ai rami dell’Ulivo, sigillare l’avvento della pienezza. Dagli ebrei viene la salvezza.

Della speranza

Scrive Erik Peterson in Il mistero degli ebrei e dei gentili nella Chiesa:

Gli ebrei sono zelanti nella giustizia di Dio. Lo zelo per la giustizia di cui gli ebrei miscredenti fanno mostra è una prova particolarmente chiara del loro zelo per la giustizia di Dio. Ma questo zelo della giustizia divina manca l’annichilimento di Sé stessi. L’ebreo che ha lo zelo di Dio, lavorerà sempre – per innato bisogno – alla edificazione della propria giustizia. Pretende di prodigarsi per Dio, ma alla resa dei conti egli non si è prodigato che per sé stesso; il calore del suo zelo non è servito che a scaldare lui stesso. Nemmeno in questo ha mai superato l’ordine naturale. Ecco perché lo zelo degli ebrei per la giustizia non appare mai all’infuori dell’ordine naturale del tempo naturale; ecco perché questo zelo spinge gli ebrei verso la politica, il socialismo, il pacifismo o il giornalismo. In questo ancora l’ebreo si rivela per l’uomo carnale la cui intelligenza non va sino in fondo. Urta contro il sasso piantato in Sion che provoca la sua caduta. Prodiga il suo zelo per la giustizia di Dio.

Ma non capisce che la giustizia di Dio è la condizione prima di ogni zelo della giustizia. Trascura il fondamento ed eccolo soccombere sotto il peso di tutte le sue concezioni. Non capisce che nel suo zelo per la giustizia di Dio non ha mai oltrepassato, foss’anche per un solo istante, l’ordine naturale; che anzi è arrivato al punto di legare la giustizia di Dio al suo zelo puramente naturale per tale giustizia. Non si è mai veramente conformato al presupposto della sua fede, cioè all’idea di una giustizia di Dio; non si è mai sottomesso alla giustizia di Dio, non si è mai subordinato alla giustizia di Dio.

Peterson è una delle menti cattoliche più felici del secolo oscuro appena giunto al termine. Il suo pensiero ha ispirato felicemente, tra i tanti, anche il santo padre Benedetto XVI. In questo libro, che segna alcuni punti non eludibili nel rapporto fra cristianità ed ebraismo, il passaggio che ho appena trascritto abbisogna di una riflessione ulteriore.

Peterson scrive altrove che la trascendenza del cristiano è nell’escatologia, e che ciò la differenzia dalla trascendenza del pagano. Si tratta di una sentenza condivisibile a tutto tondo grazie all’abissale profondità della sua sintesi. Ciononostante il cristiano non può aggirare con il trascendente l’urgenza dell’irrompere sulla terra dei Tempi. Quale risposta dare dopo duemila anni d’attesa, mentre il mondo trema e guaisce nelle doglie del parto?

Forse i nostri fratelli ebrei, nel portare il soprannaturale nel naturale, non hanno poi allontanato di molto il ramo dall’ulivo. Scrive Martin Buber in Il cammino dell’uomo:

Nella loro intima verità i due mondi sono uno solo: si sono semplicemente separati, per così dire. Ma devono ridiventare l’unità che sono nella loro verità intima, e l’uomo è stato creato proprio perché riunisca i due mondi. Egli opera a favore di questa unità mediante una vita santa con il mondo in cui è stato posto, nel luogo in cui si trova.

Una volta si parlava in presenza di Rabbi Pinchas di Korez della misera vita dei bisognosi; questi ascoltava, affranto dal dolore. Poi sollevò la testa ed esclamò: “Basta che portiamo Dio nel mondo, e tutto sarà appagato!”.

Come? E’ possibile attirare Dio nel mondo? Non è un modo di vedere arrogante e pretenzioso? Come potrebbe osare il vermiciattolo immischiarsi in ciò che si basa esclusivamente sulla grazia di Dio: quanto di sé Dio concede alla sua creazione? Ancora una volta l’insegnamento ebraico si oppone qui agli insegnamenti delle altre religioni e, di nuovo, è nel chassidismo che si esprime con la massima intesità. Noi crediamo che la grazia di Dio consiste proprio in questo suo volersi lasciar conquistare dall’uomo, in questo suo consegnarsi, per così dire, a lui. Dio vuole entrare nel mondo che è suo, ma vuole farlo attraverso l’uomo: ecco il mistero della nostra esistenza, l’opportunità sovrumana del genere umano!

Un giorno in cui riceveva degli ospiti eruditi, Rabbi Mendel di Kozk li stupì chiedendo loro a bruciapelo: “Dove abita Dio?”. Quelli risero di lui: “Ma che vi prende? Il mondo non è forse pieno della sua gloria?”. Ma il Rabbi diede lui stesso la risposta alla domanda: “Dio abita dove lo si lascia entrare”.

Ecco ciò che conta in ultima analisi: lasciar entrare Dio. Ma lo si può lasciar entrare solo là dove ci si trova, e dove ci si trova realmente, dove si vive, e dove si vive una vita autentica. Se instauriamo un rapporto santo con il piccolo mondo che ci è affidato, se, nell’ambito della creazione con la quale viviamo, noi aiutiamo la santa essenza spirituale a giungere a compimento, allora prepariamo a Dio una dimora nel nostro luogo, allora lasciamo entrare Dio.

Se pure non bisogna confondere naturale e soprannaturale, oggi la fedeltà alla promessa ci impone di operare in tutto il possibile perché il soprannaturale venga a invadere di luce la landa di tenebra: tutto il cristiano può permettersi di perdere, non la Speranza.

Eppure a noi non è concesso affrontare un simile compito con la letizia del rabbino. Dopo due eoni di sangue, fuoco e lamenti e nella siderale desolazione dell’oggi, cosa si pretende ancora da noi? E’ con mani spezzate e schegge d’unghia che scaviamo nel suolo imbevuto di rosso del nostro cuore un nido, affinché il Signore venga a prendervi dimora. A portarvi la consolazione.

Dell’azione individuale

Come sposare l’attesa del Regno all’impossibilità da parte dell’uomo di farlo giungere, e quindi all’obbligo di vivere sotto questo sole, su questa terra dominata dal male? Negli scritti dei saggi dei nostri fratelli ebrei si trovano risposte preziose anche per un cristiano.

Il Baal Shem Tov, fondatore del chassidismo, parla con voce ispirata negli aforismi raccolti da Martin Buber nel libro In relazione con Dio. Così l’antico rabbino:

I nostri saggi dicono: «venne Michea e lo fondò su tre cose»; ovvero, fissò la legge sui tre pilastri su cui si poggia il mondo: «agisci in modo giusto», ovvero, con giustizia; «sii benevolo», ovvero, pratica la buona azione; «e cammina umilmente con il tuo Dio», il pilastro centrale, l’ordine della verità: che la tua bocca e il tuo cuore siano uno e non siano rivolti a nessun altro scopo, a nessuna delle potenze del Male che si chiamano «i morti». Pertanto, i nostri saggi dicono: «cammina umilmente, questo è il corteo funebre e l’arrivo della sposa»; prima vengono vinti i morti, le potenze del Male, e quindi fa il suo ingresso la sposa; perché colui che unisce la sua bocca e il suo cuore unisce lo sposo con la sposa, il Santo Dio con la sua Gloria dimorante.

E ancora:

Talvolta l’uomo deve esperire che ci sono infinite sfere e infiniti firmamenti, e che egli sta su una porzione di terra minuscola, e che l’intero universo non è niente di fronte a Dio, che è l’Illimitato che si autolimitò e dispose un luogo in se stesso per creare il mondo. E finché egli può comprendere questo con il suo intelletto, non può ancora ascendere ai mondi superiori; e questo è ciò che è inteso in «il Signore mi è apparso da lontano» – egli osserva il Signore tenendolo a distanza. Ma se serve Dio con tutta la sua forza, allora otterrà una grande potenza in se stesso, e si esalterà nel suo spirito, e in un sol colpo romperà tutti i firmamenti, e ascenderà oltre gli angeli e i cicli celesti e i serafini e i troni: e questo è il servizio perfetto.

Soltanto tra le fedi figlie di Abramo si trova un simile incontro fra l’uomo e l’immensità del cosmo, lo spaesante deserto di vuoto e gelide rocce, luce e nulla. Un mondo in cui l’uomo cammina ricordando che un servizio gli è stato affidato:

L’uomo può godere di tutte le cose buone e mortificare il suo corpo con gioia. Può guardare ciò che vuole e non perdersi oltre il perimetro delle sue quattro mura, perché percepisce in tutte le cose il nome segreto di Dio. Può stare immobile in preghiera, cosicché nessuno noti il suo servizio, mentre il suo spirito arde segretamente, e urla nel silenzio.

La preghiera è fuoco che incendia il mondo manchevole:

La preghiera è un bisogno elevato, poiché l’uomo sa, attraverso la sua mancanza, che proviene da una regione superiore, e prega che la mancanza della Gloria sia colmata. E con questa verrà colmata anche ogni sua mancanza.

E in un mondo in attesa di purificazione la Gloria di Dio è imprigionata ovunque, nel bene e nel male.

La Gloria dimorante abbraccia tutti i mondi, tutte le creature, il Bene e il Male, ed è la vera unità. Come può allora portare in se stessa gli opposti del Bene e del Male? In verità non ci sono opposti, poiché il Male è il trono del Bene.

Ma dopo l’innominabile, dopo Auschwitz, è ancora possibile credere che il male sia il trono del bene? Il silenzio di Dio, mentre le forze malvagie che la cabala chiama le scorze innalzavano su una nuova croce i suoi figli d’Israele, porta il cristiano a carezzare l’idea blasfema che le nuvole abbiano oscurato il sole per sempre. Preso atto del timore, non ci è concesso nemmeno abbandonarci all’abbraccio di un universo privo di senso. La Speranza è il nostro irrinunciabile tormento. Con questa lacerata e indomita missione siamo nel mondo, seguendo tra le lacrime le dolci parole di Martin Buber:

Uno dei principali punti su cui un certo cristianesimo si è distaccato dall’ebraismo consiste proprio nel fatto che quel cristianesimo assegna a ogni uomo come scopo suprema la salvezza della propria anima. Agli occhi dell’ebraismo, invece ogni anima umana è un elemento al servizio della creazione di Dio chiamata a diventare, in virtù dell’azione dell’uomo, il regno di Dio; così a nessun’anima è fissato un fine interno a se stessa, nella propria salvezza individuale. E’ vero che ciascuno deve conoscersi, purificarsi, giungere alla pienezza, ma non a vantaggio di se stesso, non a beneficio della sua felicità terrena o della sua beatitudine celeste, bensì in vista dell’opera che deve compiere sul mondo di Dio. Bisogna dimenticare se stessi e pensare al mondo. (M. Buber, Il cammino dell’uomo)

Ciò valga da buon viatico, in attesa della salvezza.