Dei fratelli ebrei

Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui. (Gv 18,36)

 Ecco svelato, davanti a Pilato, perché gli ebrei non riconobbero il messia atteso nel figlio del falegname. La nuova Sinagoga è nello spirito, non secondo la carne: il suo avvento completo è demandato al futuro. Eppure non è detto che questa fosse l’unica strada che allora si potesse percorrere. In quei giorni stessi era difficile svellere l’intrico dei simboli: l’asino in sella al quale si compie l’ingresso in Gerusalemme è sì animale povero e umile, ma è anche la cavalcatura degli antichi re d’Israele nelle battaglie contro gli eserciti mesopotamici. All’ombra di questa ambiguità Chiesa e Sinagoga, sorelle, percorrono i secoli. Soltanto il ritorno in Gloria potrebbe dare nuova linfa ai rami dell’Ulivo, sigillare l’avvento della pienezza. Dagli ebrei viene la salvezza.

Del tempo

Predica il nostro Magister:

Mulier, venit hora et nunc est, quando veri adoratores adorabunt patrem in spiritu et veritate

Questo sta scritto nel Vangelo di san Giovanni. Dal lungo discorso prendo solo una paroletta. Nostro Signore disse: «Donna, verrà il tempo, ed è proprio ora, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, e tali adoratori il Padre cerca».

Notate la prima paroletta che dice: «Il tempo verrà, ed è proprio ora». Chi vuole adorare il Padre, deve trasportarsi nell’eternità col suo desiderio e con la sua fiducia. C’è una parte più alta dell’anima, che sta elevata al di sopra del tempo, e che non sa niente del tempo e del corpo. Tutto quel che è avvenuto da mille anni – il giorno che fu mille anni or sono – è nell’eternità non più lontano del momento in cui sono ora; ed anche il giorno che verrà tra mille anni, o tanto lontano quanto tu puoi contare, non è più lontano, nell’eternità, di questo momento in cui sono ora.

Così dovevano vivere le prime comunità cristiane, narrate dagli Atti degli apostoli. Strappando gocce d’eternità nel tempo. L’eterno celato è porta d’uscita e assieme colonna portante del tempo, muta spiegazione dell’inesauribile, ciclico arrancare dell’anima trascinantesi dietro un cadavere che chiamiamo uomo.

Eppure ciò non basta. Lo sa bene Paolo nel tacere esplicitamente, nelle sue prediche, quanto avvenne nello squarcio abbagliante che gli accecò gli occhi. Non è un caso se la comunità che doveva essere perfetta è subito divisa da nuove, ripetute, violazioni di una legge abolita. Non ne fanno pur parte, non hanno ricevuto anche loro lo Spirito, Anania e Saffira (At 5, 1-11)?

Il proseguire dello scandalo a dispetto dell’esaudimento. Ecco perché il tempo non soltanto è proprio ora, tasto su cui preme il Magister, ma anche verrà. Non si esaurisce nel solo microcosmo dell’uomo nell’Evo l’escatologia. Soltanto un anticipo spezzato dalla Croce ci è stato rivelato.

La Rivelazione intera, in spirito e verità, può essere accarezzata dal vertice della nostra anima. Impresa eroica e tanto più pericolosa in un millennio in cui è difficile distinguere quali Principati e quali Potestà regnano sui cieli del mondo. Verità sarà per intero soltanto nel Giorno in cui, secondo vie la cui comprensione ancora è preclusa, tempo ed eterno saranno aboliti e, assieme, Uno.

Matris Dolorosae

I.

La sagoma del vecchio si staglia nera davanti al sole. Ti porge il fagotto di stracci, tuo figlio: lo stringi al petto. Squittisce di gioia a sentire il calore del tuo corpo attraverso la veste. Il vecchio alza la mano in segno di benedizione contro il cielo azzurro latte di Palestina. Una leggera foschia vela le colline all’orizzonte, la brezza lieve accarezza chi riposa all’ombra del Tempio. Stai per voltarti e tornare a casa, felice di aver ricevuto per tuo figlio l’approvazione del saggio, quando la mano benedicente scende a stringerti il polso. «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima». Guardi al fagotto, e gli occhi neri del tuo bambino riguardano a te. Non sai, non puoi immaginare, ma il tuo cuore di ragazza trema al pensiero di ciò che l’aspetta.

II.

Hai paura che il mulo si spezzi la schiena mentre arranca sulle pietre sconnesse del sentiero. Yoseph, davanti a voi, tende le redini senza voltarsi indietro. Tu invece non resisti: guardi al villaggio alle vostre spalle, dove le torce dei soldati del re illuminano i vicoli e le finestre delle case. Le urla disperate delle madri squarciano l’aria fino a voi, a dispetto della distanza. Il bambino piange tra le tue braccia.

III.

Non ricordi bene il momento in cui hai preso coscienza del fatto che il ragazzino non era da qualche parte nella carovana polverosa che da Yerushalaim tornava a Nazaret. Tu e tuo marito avete fermato tutti, gli occhi colmi di pianto, implorando, sperando che qualcuno dicesse «Sì, l’ho visto giocare con i figli di quella famiglia» oppure «E’ salito su quel carro per riposare». Vi hanno guardato con un misto di pietà e riprovazione: nessuno aveva visto vostro figlio.

Avete percorso a ritroso la via che porta alla grande città fermandovi da ogni pastore, con il cuore colmo d’angoscia. Ancora dinieghi. Nel varcare la grande porta di Yerushalaim hai sentito che nel mezzo di quella folla non l’avresti mai trovato, che il tuo tesoro più prezioso era perso per sempre.

Dopo tre giorni trascorsi tra vicoli fangosi e spaccati dal sole, sfiancati, salite la gradinata del Tempio per chiedere pietà all’Eterno.

Lui è lì, seduto a terra, impegnato in una conversazione con un gruppo di anziani dalle barbe canute. I vecchi, pieni di stupore, vi fissano mentre vi avvicinate. Fai un cenno di saluto, in segno di rispetto, poi afferri il braccio di tuo figlio e lo tiri in piedi, mentre Yoseph resta in disparte. «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Egli risponde: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Scuoti la testa, ti scusi con gli anziani. Un immenso sollievo ti pervade mentre uscite dal Tempio, le braccia tue e quelle di tuo marito aggrappate fino a imbiancarvi le nocche sulle spalle esili di vostro figlio.

IV.

Una donna non dovrebbe vedere il sangue del suo sangue straziato nella sabbia. Maledici questo sole dannato che per tutta la vita ti ha osservato senza portare mai nulla di nuovo: tuo figlio, maciullato dalla frusta, trascina a fatica sul fianco del monte quella croce di legno che lo schiaccia al suolo. Le spine gli rigano il volto con lacrime rosse. Quando la folla di donne si apre e te lo trovi davanti, ti si mozza il fiato. Le gambe tremano, soffochi, eppure non cadi. Per un istante quello sguardo scuro, cupo, che conosci bene si fissa nei tuoi occhi. Forse vuole dirti qualcosa: qualsiasi cosa sia, non capisci. Nella testa senti soltanto quel fischio assordante che non se ne vuole andare, la testa rintrona. Lui si volge alle donne che gemono e si battono il petto. Dice: «Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli. Perché ecco, verranno i giorni in cui si dirà: “Beate le sterili e beati i grembi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno allattato!”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadeteci addosso”; e alle colline: “Copriteci”! Perché, se tali cose si fanno al legno verde, che cosa sarà fatto al legno secco?».

V.

Il discepolo di tuo figlio, tua sorella e la giovane di Magdala hanno cercato di fermarti. Ma è come se un altro muovesse le tue gambe: non ascolti nemmeno le loro parole, ti liberi dalle loro strette. Ascesi alla cima del Golgota, anche loro si azzittiscono. Vi avvicinate lentamente tra i lamenti dei due ladri appesi al suo fianco. Lui tace, la barba intrisa di sangue posata sul petto. I legionari coperti di sudore vi guardano annoiati mentre vi avvicinate alla croce. Dall’alto, lui si volta verso di voi. Ti guarda: «Donna, ecco tuo figlio», dice indicando il discepolo al tuo fianco. «Ecco tua madre», dice a lui. L’amico di tuo figlio ti sorregge mentre le gambe cedono e ti senti cadere al suolo.

VI.

L’hanno lavato e avvolto in un lenzuolo bianco. Lo stringi a te, come facesti quel giorno nel Tempio davanti al vecchio, tentando di impedire al calore di fuggire dalle sue membra. Accarezzi quelle mani fredde, trafitte dai chiodi, e nella tua mente è solo l’immagine delle dita del neonato strette attorno al tuo indice. Gli pulisci la barba, baci il suo volto e ancora lo stringi a te. Che lo lascino a te, non importa quel che succederà, anche così che te lo lascino. Che nessuno te lo porti via.

VII.

La pietra pesante viene fatta rotolare davanti all’ingresso del sepolcro. Si blocca con un tonfo sordo e uno scricchiolio. Cadi a terra. Dalle labbra esce un gemito, prima simile a un sussurro, poi un urlo che sembra non finire mai. Mai. Resti senza fiato, tremante, la schiena inarcata dal dolore. La tua bocca muta e spalancata rivolta alle stelle gelide, fisse nel cielo vuoto.

materdolorosa

Madre d’uomo, sei Madre di Dio.

Dell’azione politica

I nostri sono giorni cattivi. Come deve comportarsi il cristiano nell’infuriare delle tenebre? La risposta che più di sovente arriva dagli altari delle nostre chiese, oltre alla mala interpretazione del date a Cesare, è il seguente passaggio dell’epistola ai Romani:

Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. (Rm 13, 1-2)

Prendere questo appello e trasformarlo in una regola valida in eterno significa ignorarne il contesto: ciò vale tanto per il resto dell’epistola, quanto per l’intento dell’Apostolo. Mentre scrive, Paolo sa che la comunità cristiana rischia il martirio, e aspetta da un momento all’altro la venuta del Regno. In un passaggio successivo, infatti, invita i cristiani romani ad adottare l’amore per il prossimo come unico criterio, consapevoli del momento. Il momento, Paolo ne è convinto, è la salvezza imminente: il Ritorno.

Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore. Questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri. (Rm 13, 9-14)

L’invito di Paolo è di resistere al mondo, di porgere l’altra guancia fino all’ultimo, perché la notte è avanzata e il giorno è vicino. Nell’epistola agli Efesini, colui per cui non c’è più né schiavo né libero afferma:

Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo, e non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, compiendo la volontà di Dio di cuore, prestando servizio di buona voglia come al Signore e non come a uomini. (Ef 6, 5-7)

Ancora una volta, l’urgenza dell’Apostolo è assicurarsi che nessuno compia gesti avventati. Poco più avanti fa un’affermazione che non si dovrebbe temere di definire rivoluzionaria.

Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. (Ef 6, 11-17)

Inutile per lo schiavo versare il sangue del suo padrone. Non è colpendo il singolo che si scongiura il male, secondo Paolo: il problema non è la creatura fatta di sangue e di carne, ma i dominatori di questo mondo di tenebra. Il Potere stesso, che altrove è detto venire da Dio e qui è ritratto invece da ambigui Principati e Potestà.

Oggi la speranza nella venuta del Regno sembra ancor più disperata e scandalosa di duemila anni fa, eppure mai come ora essa è necessaria. Al culmine nel giorno malvagio, il cristiano deve attenersi alla tregua di Paolo o al suo appello alla nostra battaglia? Aporia dolorosa che troppo a lungo ci ha intrappolati.

Dell’obbedienza

Intristisce vedere che anche tra molti cattolici l’appello a cercare le cose di lassù sia divenuto una scusa per rifiutare testardamente di ricordare un altro passo evangelico:

Se qualcuno viene a me e non odia suo padre, e sua madre, e la moglie, e i fratelli, e le sorelle, e finanche la propria vita, non può esser mio discepolo. E chi non porta la sua croce e non vien dietro a me, non può esser mio discepolo. (Lc 14, 26-27)

Si attaccano alla fede impartita loro dai padri, non importa quanto essa sia ormai lontana dalla Parola: una dottrina che con la scusa dei Cieli distrae dal mondo, dal dolore.

Nel momento in cui il vicario di Cristo ricorda loro il significato primo della Rivelazione che pretendono di seguire, bofonchiano, si lamentano. All’improvviso s’irrigidiscono e mormorano parole sediziose. Idolatravano la gerarchia, rifiutano l’obbedienza. Ma chi è contro Pietro, è contro Cristo.

Della tradizione

Nessuno vi tragga in errore in alcuna maniera; poiché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e non sia stato manifestato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che si innalza sopra tutto quello che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando se stesso e dicendo ch’egli è Dio.

(2Ts 2, 3-4)

La venuta del Messia abolisce la Legge proclamando l’imminenza del Regno: segna l’ingresso dell’umanità nei tempi ultimi. Dopo la morte e la Resurrezione del Cristo, però, il tempo prosegue. La Chiesa, custode dell’annuncio, è costretta a constatare e spiegare il permanere del peccato, il persistere del male.

Essa non può assumere appieno il peso del senso profetico della Parola: se proclamasse l’inaccettabilità del male e del dolore, e quindi la loro abolizione, si arrogherebbe il diritto soltanto divino di dichiarare la venuta del Regno. L’anticristo siederebbe sullo scranno di Pietro.

Per evitare ciò, con la chiave dell’allegoria, le filosofie vengono introdotte nel Vangelo: spiegano e rendono tollerabile il perdurare del mondo. In questo modo, pur travisato e irriconoscibile, anche un solo brandello della Parola è messo al sicuro, in condizione di attraversare i secoli. Nasce la tradizione.

Tradizione è ciò che segue. Tradizione è l’argine che trattiene lo scatenarsi dell’Apocalisse, impedendo il pieno dilagare del male. Tradizione è tradimento della profezia, perché di essa è il trascinamento nell’Evo. Tradizione è conciliazione tra fede e mondo alla luce di un cielo immutabile, distrazione pietosa dello sguardo dell’uomo dal dolore della storia. Tradizione è ciò che v’è di ciclico in un tempo lineare. Tradizione è il lato luminoso della corruzione.

Tradizione è anche la nuova Legge fondata sulla predicazione di chi abolì la Legge mosaica. Condannata a operare nella storia pur auspicando la Fine, la Chiesa è costretta a giustificare il suo potere, e con esso ogni potere: la tregua di Paolo diventa regola. Nella convivenza con il signore di questo mondo, la Chiesa filtra il moscerino e ingoia il cammello. Dopo aver condannato il farisaismo, il cristianesimo diventa esso stesso fariseo.

Ma la Chiesa verrebbe meno al suo compito di katéchon se non custodisse anche il senso della profezia. Se poggiasse sulla sola tradizione, dimenticando la promessa della Resurrezione dei morti, Roma diverrebbe soltanto giustificazione del mondo e del dolore. Ancora una volta, il figlio della perdizione siederebbe sullo scranno di Pietro. Conscio di questo pericolo, il pontefice Benedetto XVI ha compiuto il suo gesto grandioso nell’anno Domini 2013: ha denunciato al mondo il pericolo del prevalere delle forze anticristiche nella Chiesa. In questa luce assume il suo senso l’operato del successore, che tanto perplesse trova le schiere dei farisei adorni di croci dorate.

Tradizione e profezia. Inchiodata alle due braccia di questa croce la fede sopravvive ai millenni. Fino allo squillo di tromba.

In principio era il Verbo

Al calare del sole l’animo è scosso da un sovrapporsi di pulsioni incontrollate, mormorii sfuggiti dalle labbra: difficile a quietarsi. Dal letto allungo la mano verso la bibbia sul comodino. La apro a caso, sul Salmo 94.

20-23

Il trono della nequizia t’avrà egli per complice?
esso, che ordisce oppressioni in nome della legge?
Essi si gettano assieme contro l’anima del giusto,
e condannano il sangue innocente.
Ma l’Eterno è il mio alto ricetto,
e il mio Dio è la ròcca in cui mi rifugio.
Egli farà ricader sovr’essi la loro propria iniquità,
e li distruggerà mediante la loro propria malizia;
l’Eterno, il nostro Dio, li distruggerà.

La lettura silenziosa placa le voci, liberando la mente dall’attorcigliarsi di pensieri come un colpo di vento sul banco di nebbia. Una voce antica di migliaia di anni esce dal deserto per offrire conforto. Perfino che il singolo individuo si ascriva al novero degli atei, è questione irrilevante per la scheggia dell’inspiegabile che attraversa i secoli.