Della speranza

Scrive Erik Peterson in Il mistero degli ebrei e dei gentili nella Chiesa:

Gli ebrei sono zelanti nella giustizia di Dio. Lo zelo per la giustizia di cui gli ebrei miscredenti fanno mostra è una prova particolarmente chiara del loro zelo per la giustizia di Dio. Ma questo zelo della giustizia divina manca l’annichilimento di Sé stessi. L’ebreo che ha lo zelo di Dio, lavorerà sempre – per innato bisogno – alla edificazione della propria giustizia. Pretende di prodigarsi per Dio, ma alla resa dei conti egli non si è prodigato che per sé stesso; il calore del suo zelo non è servito che a scaldare lui stesso. Nemmeno in questo ha mai superato l’ordine naturale. Ecco perché lo zelo degli ebrei per la giustizia non appare mai all’infuori dell’ordine naturale del tempo naturale; ecco perché questo zelo spinge gli ebrei verso la politica, il socialismo, il pacifismo o il giornalismo. In questo ancora l’ebreo si rivela per l’uomo carnale la cui intelligenza non va sino in fondo. Urta contro il sasso piantato in Sion che provoca la sua caduta. Prodiga il suo zelo per la giustizia di Dio.

Ma non capisce che la giustizia di Dio è la condizione prima di ogni zelo della giustizia. Trascura il fondamento ed eccolo soccombere sotto il peso di tutte le sue concezioni. Non capisce che nel suo zelo per la giustizia di Dio non ha mai oltrepassato, foss’anche per un solo istante, l’ordine naturale; che anzi è arrivato al punto di legare la giustizia di Dio al suo zelo puramente naturale per tale giustizia. Non si è mai veramente conformato al presupposto della sua fede, cioè all’idea di una giustizia di Dio; non si è mai sottomesso alla giustizia di Dio, non si è mai subordinato alla giustizia di Dio.

Peterson è una delle menti cattoliche più felici del secolo oscuro appena giunto al termine. Il suo pensiero ha ispirato felicemente, tra i tanti, anche il santo padre Benedetto XVI. In questo libro, che segna alcuni punti non eludibili nel rapporto fra cristianità ed ebraismo, il passaggio che ho appena trascritto abbisogna di una riflessione ulteriore.

Peterson scrive altrove che la trascendenza del cristiano è nell’escatologia, e che ciò la differenzia dalla trascendenza del pagano. Si tratta di una sentenza condivisibile a tutto tondo grazie all’abissale profondità della sua sintesi. Ciononostante il cristiano non può aggirare con il trascendente l’urgenza dell’irrompere sulla terra dei Tempi. Quale risposta dare dopo duemila anni d’attesa, mentre il mondo trema e guaisce nelle doglie del parto?

Forse i nostri fratelli ebrei, nel portare il soprannaturale nel naturale, non hanno poi allontanato di molto il ramo dall’ulivo. Scrive Martin Buber in Il cammino dell’uomo:

Nella loro intima verità i due mondi sono uno solo: si sono semplicemente separati, per così dire. Ma devono ridiventare l’unità che sono nella loro verità intima, e l’uomo è stato creato proprio perché riunisca i due mondi. Egli opera a favore di questa unità mediante una vita santa con il mondo in cui è stato posto, nel luogo in cui si trova.

Una volta si parlava in presenza di Rabbi Pinchas di Korez della misera vita dei bisognosi; questi ascoltava, affranto dal dolore. Poi sollevò la testa ed esclamò: “Basta che portiamo Dio nel mondo, e tutto sarà appagato!”.

Come? E’ possibile attirare Dio nel mondo? Non è un modo di vedere arrogante e pretenzioso? Come potrebbe osare il vermiciattolo immischiarsi in ciò che si basa esclusivamente sulla grazia di Dio: quanto di sé Dio concede alla sua creazione? Ancora una volta l’insegnamento ebraico si oppone qui agli insegnamenti delle altre religioni e, di nuovo, è nel chassidismo che si esprime con la massima intesità. Noi crediamo che la grazia di Dio consiste proprio in questo suo volersi lasciar conquistare dall’uomo, in questo suo consegnarsi, per così dire, a lui. Dio vuole entrare nel mondo che è suo, ma vuole farlo attraverso l’uomo: ecco il mistero della nostra esistenza, l’opportunità sovrumana del genere umano!

Un giorno in cui riceveva degli ospiti eruditi, Rabbi Mendel di Kozk li stupì chiedendo loro a bruciapelo: “Dove abita Dio?”. Quelli risero di lui: “Ma che vi prende? Il mondo non è forse pieno della sua gloria?”. Ma il Rabbi diede lui stesso la risposta alla domanda: “Dio abita dove lo si lascia entrare”.

Ecco ciò che conta in ultima analisi: lasciar entrare Dio. Ma lo si può lasciar entrare solo là dove ci si trova, e dove ci si trova realmente, dove si vive, e dove si vive una vita autentica. Se instauriamo un rapporto santo con il piccolo mondo che ci è affidato, se, nell’ambito della creazione con la quale viviamo, noi aiutiamo la santa essenza spirituale a giungere a compimento, allora prepariamo a Dio una dimora nel nostro luogo, allora lasciamo entrare Dio.

Se pure non bisogna confondere naturale e soprannaturale, oggi la fedeltà alla promessa ci impone di operare in tutto il possibile perché il soprannaturale venga a invadere di luce la landa di tenebra: tutto il cristiano può permettersi di perdere, non la Speranza.

Eppure a noi non è concesso affrontare un simile compito con la letizia del rabbino. Dopo due eoni di sangue, fuoco e lamenti e nella siderale desolazione dell’oggi, cosa si pretende ancora da noi? E’ con mani spezzate e schegge d’unghia che scaviamo nel suolo imbevuto di rosso del nostro cuore un nido, affinché il Signore venga a prendervi dimora. A portarvi la consolazione.

Dell’azione individuale

Come sposare l’attesa del Regno all’impossibilità da parte dell’uomo di farlo giungere, e quindi all’obbligo di vivere sotto questo sole, su questa terra dominata dal male? Negli scritti dei saggi dei nostri fratelli ebrei si trovano risposte preziose anche per un cristiano.

Il Baal Shem Tov, fondatore del chassidismo, parla con voce ispirata negli aforismi raccolti da Martin Buber nel libro In relazione con Dio. Così l’antico rabbino:

I nostri saggi dicono: «venne Michea e lo fondò su tre cose»; ovvero, fissò la legge sui tre pilastri su cui si poggia il mondo: «agisci in modo giusto», ovvero, con giustizia; «sii benevolo», ovvero, pratica la buona azione; «e cammina umilmente con il tuo Dio», il pilastro centrale, l’ordine della verità: che la tua bocca e il tuo cuore siano uno e non siano rivolti a nessun altro scopo, a nessuna delle potenze del Male che si chiamano «i morti». Pertanto, i nostri saggi dicono: «cammina umilmente, questo è il corteo funebre e l’arrivo della sposa»; prima vengono vinti i morti, le potenze del Male, e quindi fa il suo ingresso la sposa; perché colui che unisce la sua bocca e il suo cuore unisce lo sposo con la sposa, il Santo Dio con la sua Gloria dimorante.

E ancora:

Talvolta l’uomo deve esperire che ci sono infinite sfere e infiniti firmamenti, e che egli sta su una porzione di terra minuscola, e che l’intero universo non è niente di fronte a Dio, che è l’Illimitato che si autolimitò e dispose un luogo in se stesso per creare il mondo. E finché egli può comprendere questo con il suo intelletto, non può ancora ascendere ai mondi superiori; e questo è ciò che è inteso in «il Signore mi è apparso da lontano» – egli osserva il Signore tenendolo a distanza. Ma se serve Dio con tutta la sua forza, allora otterrà una grande potenza in se stesso, e si esalterà nel suo spirito, e in un sol colpo romperà tutti i firmamenti, e ascenderà oltre gli angeli e i cicli celesti e i serafini e i troni: e questo è il servizio perfetto.

Soltanto tra le fedi figlie di Abramo si trova un simile incontro fra l’uomo e l’immensità del cosmo, lo spaesante deserto di vuoto e gelide rocce, luce e nulla. Un mondo in cui l’uomo cammina ricordando che un servizio gli è stato affidato:

L’uomo può godere di tutte le cose buone e mortificare il suo corpo con gioia. Può guardare ciò che vuole e non perdersi oltre il perimetro delle sue quattro mura, perché percepisce in tutte le cose il nome segreto di Dio. Può stare immobile in preghiera, cosicché nessuno noti il suo servizio, mentre il suo spirito arde segretamente, e urla nel silenzio.

La preghiera è fuoco che incendia il mondo manchevole:

La preghiera è un bisogno elevato, poiché l’uomo sa, attraverso la sua mancanza, che proviene da una regione superiore, e prega che la mancanza della Gloria sia colmata. E con questa verrà colmata anche ogni sua mancanza.

E in un mondo in attesa di purificazione la Gloria di Dio è imprigionata ovunque, nel bene e nel male.

La Gloria dimorante abbraccia tutti i mondi, tutte le creature, il Bene e il Male, ed è la vera unità. Come può allora portare in se stessa gli opposti del Bene e del Male? In verità non ci sono opposti, poiché il Male è il trono del Bene.

Ma dopo l’innominabile, dopo Auschwitz, è ancora possibile credere che il male sia il trono del bene? Il silenzio di Dio, mentre le forze malvagie che la cabala chiama le scorze innalzavano su una nuova croce i suoi figli d’Israele, porta il cristiano a carezzare l’idea blasfema che le nuvole abbiano oscurato il sole per sempre. Preso atto del timore, non ci è concesso nemmeno abbandonarci all’abbraccio di un universo privo di senso. La Speranza è il nostro irrinunciabile tormento. Con questa lacerata e indomita missione siamo nel mondo, seguendo tra le lacrime le dolci parole di Martin Buber:

Uno dei principali punti su cui un certo cristianesimo si è distaccato dall’ebraismo consiste proprio nel fatto che quel cristianesimo assegna a ogni uomo come scopo suprema la salvezza della propria anima. Agli occhi dell’ebraismo, invece ogni anima umana è un elemento al servizio della creazione di Dio chiamata a diventare, in virtù dell’azione dell’uomo, il regno di Dio; così a nessun’anima è fissato un fine interno a se stessa, nella propria salvezza individuale. E’ vero che ciascuno deve conoscersi, purificarsi, giungere alla pienezza, ma non a vantaggio di se stesso, non a beneficio della sua felicità terrena o della sua beatitudine celeste, bensì in vista dell’opera che deve compiere sul mondo di Dio. Bisogna dimenticare se stessi e pensare al mondo. (M. Buber, Il cammino dell’uomo)

Ciò valga da buon viatico, in attesa della salvezza.

Dell’azione politica

I nostri sono giorni cattivi. Come deve comportarsi il cristiano nell’infuriare delle tenebre? La risposta che più di sovente arriva dagli altari delle nostre chiese, oltre alla mala interpretazione del date a Cesare, è il seguente passaggio dell’epistola ai Romani:

Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. (Rm 13, 1-2)

Prendere questo appello e trasformarlo in una regola valida in eterno significa ignorarne il contesto: ciò vale tanto per il resto dell’epistola, quanto per l’intento dell’Apostolo. Mentre scrive, Paolo sa che la comunità cristiana rischia il martirio, e aspetta da un momento all’altro la venuta del Regno. In un passaggio successivo, infatti, invita i cristiani romani ad adottare l’amore per il prossimo come unico criterio, consapevoli del momento. Il momento, Paolo ne è convinto, è la salvezza imminente: il Ritorno.

Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore. Questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri. (Rm 13, 9-14)

L’invito di Paolo è di resistere al mondo, di porgere l’altra guancia fino all’ultimo, perché la notte è avanzata e il giorno è vicino. Nell’epistola agli Efesini, colui per cui non c’è più né schiavo né libero afferma:

Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo, e non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, compiendo la volontà di Dio di cuore, prestando servizio di buona voglia come al Signore e non come a uomini. (Ef 6, 5-7)

Ancora una volta, l’urgenza dell’Apostolo è assicurarsi che nessuno compia gesti avventati. Poco più avanti fa un’affermazione che non si dovrebbe temere di definire rivoluzionaria.

Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. (Ef 6, 11-17)

Inutile per lo schiavo versare il sangue del suo padrone. Non è colpendo il singolo che si scongiura il male, secondo Paolo: il problema non è la creatura fatta di sangue e di carne, ma i dominatori di questo mondo di tenebra. Il Potere stesso, che altrove è detto venire da Dio e qui è ritratto invece da ambigui Principati e Potestà.

Oggi la speranza nella venuta del Regno sembra ancor più disperata e scandalosa di duemila anni fa, eppure mai come ora essa è necessaria. Al culmine nel giorno malvagio, il cristiano deve attenersi alla tregua di Paolo o al suo appello alla nostra battaglia? Aporia dolorosa che troppo a lungo ci ha intrappolati.

Della luce interiore

Scrive Gilbert Keith Chesterton in Ortodossia:

Soltanto pochi giorni fa ho veduto in un eccellente settimanale d’intonazione puritana questa osservazione: che il cristianesimo, vuotato della sua armatura di dogmi (come chi dicesse un uomo vuotato della sua armatura di ossa), diventerebbe niente altro che la dottrina quacchera della Luce interiore. Ora, se io affermassi che il cristianesimo è venuto nel mondo specialmente per distruggere la dottrina della Luce interiore, sarebbe senza dubbio una esagerazione, ma sarebbe assai più vicino alla verità. Gli ultimi stoici, come Marco Aurelio, furono esattamente coloro che credettero alla Luce interiore. La loro dignità, il loro tedio, la loro triste cura materiale per gli altri, la loro inguaribile cura spirituale per se stessi, tutto era dovuto alla Luce interiore e non esisteva che in grazia di quella lugubre illuminaizone. Notate che Marco Aurelio insiste (come fanno sempre i moralisti introspettivi della sua specie) su delle piccole cose ch’egli ha fatto o non ha fatto: e ciò perché egli non ha abbastanza odio né amore per fare una rivoluzione morale. Egli si alza al mattino, di buon’ora giusto come fanno i nostri aristocratici che vivono la Vita semplice, perché tale altruismo è molto più facile che vietare i giuochi dell’anfiteatro – o rendere la sua terra al popolo inglese. Marco Aurelio è il più intollerabile dei tipi umani: è un egoista disinteressato; un uomo – cioè – che ha orgoglio senza scusa di passione. Di tutte le concepibili forme d’illuminazione, la peggiore è quella che questa gente chiama Luce interiore. Di tutte le religioni orribili, la più orribile è l’adorazione di questo dio interno. Chi conosce qualcuno, sa in che senso può agire; chi conosce qualcuno del Centro del Pensiero superiore saprà in che senso questo agisce. Che Jones adori il dio dentro di sé, finisce per significare, in estrema analisi, che Jones adorerà Jones. Ma adori piuttosto il sole e la luna, qualunque cosa, piuttosto che la Luce interiore! Adori i gatti, o i coccodrilli, se può trovarne per la strada, ma non il dio dentro di sé. Il cristianesimo è venuto nel mondo prima di tutto per affermare con violenza che l’uomo doveva guardare non solamente dentro di sé, ma anche fuori, doveva ammirare con stupore ed entusiasmo un divino drappello e un divino capitano. Il solo piacere che si prova ad essere cristiani è quello di non sentirsi soli con la Luce interiore, e di riconoscere nettamente un’altra Luce, splendida come il sole, chiara come la luna, terribile come un’armata con tutte le sue bandiere.

Ecco una buona lezione per chi pensa che la religione sia sola introspezione o, peggio, sola mistica. Il cristianesimo afferra per la nuca e costringe a guardare il mondo, a caderci dentro.

Al contempo, è anche una rotta preziosa per chi voglia intraprendere il cammino del mistico.

Dell’obbedienza

Intristisce vedere che anche tra molti cattolici l’appello a cercare le cose di lassù sia divenuto una scusa per rifiutare testardamente di ricordare un altro passo evangelico:

Se qualcuno viene a me e non odia suo padre, e sua madre, e la moglie, e i fratelli, e le sorelle, e finanche la propria vita, non può esser mio discepolo. E chi non porta la sua croce e non vien dietro a me, non può esser mio discepolo. (Lc 14, 26-27)

Si attaccano alla fede impartita loro dai padri, non importa quanto essa sia ormai lontana dalla Parola: una dottrina che con la scusa dei Cieli distrae dal mondo, dal dolore.

Nel momento in cui il vicario di Cristo ricorda loro il significato primo della Rivelazione che pretendono di seguire, bofonchiano, si lamentano. All’improvviso s’irrigidiscono e mormorano parole sediziose. Idolatravano la gerarchia, rifiutano l’obbedienza. Ma chi è contro Pietro, è contro Cristo.

Delle tenebre

Da anni Europa giaceva prostrata dalle carestie. Le vecchie democrazie rappresentative, portavoce sempre più stanche di un liberalismo spodestato dalla finanza, erano state detronizzate in via definitiva da una nuova razza di politici: rozzi, brutali, gioviali in modo gelido. Nella loro istintiva sintonia con il popolo, stimolavano di questo soltanto le pulsioni più feroci e morbose. In ogni paese d’Europa individui di tale genere, da soli o in branco, si sporgevano dai balconi, comparivano sui megaschermi affacciati agli incroci delle strade e nelle finestre video dei portali sociali della rete. Era una genìa, la loro, che aveva trovato nella connessione elettronica tra le persone una cornucopia di consenso. Il termine “virale” svelava infine il suo significato più autentico nel traghettare immagini di divise brune o grigio scuro, fasce da braccio con simboli arcani, tripudi di vessilli nazionali. «Godete!», dicevano. «Unità!», dicevano. «Libertà», dicevano. E la gente credeva loro.

Alle frontiere della fortezza Europa le grandi muraglie di filo spinato dell’epoca precedente avevano smesso di respingere col piombo le maree dei disperati: il dolore non era certo scomparso nei paesi del meridione del mondo, ma era stato incanalato verso nuove terre di ricchi, dove ancora una volta fungeva da motore per la schiavitù. L’onnipotente partito centrale del Celeste impero, diretto da un circolo interno di spettri senza volto, impartiva comandi ai dittatori d’Europa e a quel che restava del potere americano, rinchiuso su sé stesso, schiantato dalle colpe di decenni di arbitrio. La dinamica autocrazia moscovita operava con gioia come longa manus di Pechino dal Baltico a Lisbona. Le antiche terre dell’Islam erano spaccate dall’infinita guerra civile dell’Umma, lo scontro fratricida fra la Sunna e la Shia. Lo stato d’Israele, ogni attimo sull’orlo della distruzione, sopravviveva dei rimasugli della sua forza passata e dei grandi giochi dei nuovi padroni del mondo.

L’ultimo a opporsi a tale mondo crudele era stato il pontefice della Chiesa di Roma. Dal Vaticano per anni erano risuonati gli appelli dell’uomo della fine del mondo. Il gesto del samaritano, che tende la mano al suo nemico sconosciuto, era la colonna portante del suo messaggio universale. La venuta del Regno era il suo orizzonte.

Chi rispondeva al suo appello, in principio, fu deriso dagli scherani del potere del mondo. Poi perseguitato, frustato e crocifisso in variopinti spettacoli televisivi. Le chiese nazionali, e a volte parti della Chiesa stessa, si univano alla festa di sangue dei nuovi martiri.

Poi il papa morì d’un male mai spiegato. In un giorno di tenebre e tuoni, i cardinali si riunirono in conclave mentre la pioggia infuriava sulla facciata di San Pietro. Nei cuori di molti di loro, in segreto, si voleva un pastore che ponesse fine alla guerra con il mondo. Un pastore che dicesse «Unità», che ricordasse la salvezza dell’anima più che la venuta del Regno, che dicesse a tutti gli indomati che ogni potere viene da Dio.

Coloro che coltivavano simili pensieri erano la maggioranza: fecero la loro scelta, ma per la prima volta lo Spirito Santo non vi ebbe un ruolo. Le folle videro innalzarsi la fumata bianca con il fiato sospeso. Si affacciò al balcone di San Pietro un uomo dal volto sorridente, vestito di bianco. Dietro a quel volto vorticava un abisso privo di parole.

E il sole diventò nero come un sacco di crine.

Fine

Della tradizione

Nessuno vi tragga in errore in alcuna maniera; poiché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e non sia stato manifestato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che si innalza sopra tutto quello che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando se stesso e dicendo ch’egli è Dio.

(2Ts 2, 3-4)

La venuta del Messia abolisce la Legge proclamando l’imminenza del Regno: segna l’ingresso dell’umanità nei tempi ultimi. Dopo la morte e la Resurrezione del Cristo, però, il tempo prosegue. La Chiesa, custode dell’annuncio, è costretta a constatare e spiegare il permanere del peccato, il persistere del male.

Essa non può assumere appieno il peso del senso profetico della Parola: se proclamasse l’inaccettabilità del male e del dolore, e quindi la loro abolizione, si arrogherebbe il diritto soltanto divino di dichiarare la venuta del Regno. L’anticristo siederebbe sullo scranno di Pietro.

Per evitare ciò, con la chiave dell’allegoria, le filosofie vengono introdotte nel Vangelo: spiegano e rendono tollerabile il perdurare del mondo. In questo modo, pur travisato e irriconoscibile, anche un solo brandello della Parola è messo al sicuro, in condizione di attraversare i secoli. Nasce la tradizione.

Tradizione è ciò che segue. Tradizione è l’argine che trattiene lo scatenarsi dell’Apocalisse, impedendo il pieno dilagare del male. Tradizione è tradimento della profezia, perché di essa è il trascinamento nell’Evo. Tradizione è conciliazione tra fede e mondo alla luce di un cielo immutabile, distrazione pietosa dello sguardo dell’uomo dal dolore della storia. Tradizione è ciò che v’è di ciclico in un tempo lineare. Tradizione è il lato luminoso della corruzione.

Tradizione è anche la nuova Legge fondata sulla predicazione di chi abolì la Legge mosaica. Condannata a operare nella storia pur auspicando la Fine, la Chiesa è costretta a giustificare il suo potere, e con esso ogni potere: la tregua di Paolo diventa regola. Nella convivenza con il signore di questo mondo, la Chiesa filtra il moscerino e ingoia il cammello. Dopo aver condannato il farisaismo, il cristianesimo diventa esso stesso fariseo.

Ma la Chiesa verrebbe meno al suo compito di katéchon se non custodisse anche il senso della profezia. Se poggiasse sulla sola tradizione, dimenticando la promessa della Resurrezione dei morti, Roma diverrebbe soltanto giustificazione del mondo e del dolore. Ancora una volta, il figlio della perdizione siederebbe sullo scranno di Pietro. Conscio di questo pericolo, il pontefice Benedetto XVI ha compiuto il suo gesto grandioso nell’anno Domini 2013: ha denunciato al mondo il pericolo del prevalere delle forze anticristiche nella Chiesa. In questa luce assume il suo senso l’operato del successore, che tanto perplesse trova le schiere dei farisei adorni di croci dorate.

Tradizione e profezia. Inchiodata alle due braccia di questa croce la fede sopravvive ai millenni. Fino allo squillo di tromba.

Dei fratelli d’Oriente

Torcello

Le Chiese d’Oriente sono baluardo di mistica e tradizione. Lo spirito vivo della profezia vi appare a lampi e sprazzi di grande ma sporadica potenza: d’altronde è, o dovrebbe essere, motore primo della Chiesa del vescovo di Roma. Tra i nostri fratelli orientali si trovano le peggiori deviazioni di una fede cristallizzata nell’adorazione della tradizione e nella ricerca fanatica dell’immutabile: lontananza dal dolore, supina sottomissione al potere, dogmatica fedeltà alla lettera del teologo piuttosto che alla Parola. Eppure, tenuto conto di ciò, quanta dolcissima pietà testimoniano i monaci e i pope, sotto le volte dorate dai mosaici e brunite dall’incenso. Che tesoro incommensurabile nelle liturgie vertiginose e nei canti. L’amore per il Pantocratore li espone ai pericoli del signore di questo mondo, ma al tempo stesso è una fede specchio dei nuovi cieli e della nuova terra che verranno.

Del materialismo

Scrive Sergio Quinzio in La croce e il nulla:

Il materialismo rivela una consapevolezza della condizione umana più profonda di quanta affettino d’averne i nobili spiritualisti. Ha ragione quando smaschera le egoistiche magagne del non voler morire, contrapponendo ad esse l’accettazione della morte come evento cosmico, nell’incessante trasformazione della materia. Ma c’è un rifiuto della morte che non è soltanto egoistico, la morte più scandalosa non è la propria, è la morte del molto prossimo, è la morte del bambino straziato. Soprattutto di fronte a questo scandalo anche l’idea della trasformazione della materia è elusiva e vagamente consolatoria: del tipo, insomma, delle illusorie compensazioni spiritualistiche; un opposto, ma simmetrico e sostanzialmente equivalente.

Troppo spesso, per controbattere al materialismo, i cristiani si rifugiano in un Aldilà spirituale. L’immortalità dell’anima non può essere una fuga dalla cruda realtà della morte. La Parola è radicale nel suo rifiuto di ambo le spiegazioni. Una croce quasi impossibile da portare.

Dei primi teologi

Scrive Sergio Quinzio in Dalla gola del leone:

Già nei Padri post-apostolici l’originaria speranza cristiana risulta misconosciuta: è proprio tutta l’impostazione del discorso, comune si può dire a tutti, che è filosoficamente greca, fondata sul disprezzo di ciò che è povero, debole, transeunte e sul culto di ciò che è ontologicamente assoluto, razionalmente necessario.

È difficile condividere appieno il rifiuto della radice greca di Quinzio, è però imperativo condividere il suo amore per la santa fonte di Israele. Da troppi secoli abbiamo imboccato la direzione opposta.